6 Novembre 2014

Sono le cinque del mattino. Due auto di MSF percorrono le strade di Monrovia, capitale della Liberia, il Paese dell’Africa Occidentale più colpito dall’epidemia di Ebola. Noley Smart ed Emmanuel Tokpa, due membri dello staff locale di MSF, indossano al buio i loro guanti sottili. Questa mattina distribuiranno circa 1.000 kit destinati alla protezione delle famiglie e alla disinfezione delle abitazioni a West Point, uno dei quartieri poveri della capitale. 

“Lo facciamo la mattina presto per evitare che si formi una folla di persone che, sudando e toccandosi, rischierebbero di favorire la diffusione del virus”, dice Noley. “Usciamo ogni mattina; prima di cominciare a lavorare, laviamo le mani e gli stivali e cerchiamo di assicurarci che le persone non abbiano contatto fisico tra di loro”. 

I due veicoli parcheggiano accanto a un magazzino privo d’illuminazione. L’équipe scende rapidamente dalle auto e in breve tempo è pronta a distribuire i kit, destinati a beneficiare centinaia di famiglie, stoccati in pile ordinate all’interno dell’edificio. A partire da settembre sono stati distribuiti più di 50.000 kit, ma nelle prossime settimane MSF intende consegnarne un totale di 70.000, coprendo così una popolazione di 245.000 persone. I kit contengono materiale come cloro, sapone, guanti, mascherine e indumenti protettivi, che consentono alle persone di proteggersi nel caso in cui un membro della famiglia si ammali e non sia possibile condurlo presso una struttura sanitaria. 

Le persone, in gruppi da dieci, prendono il loro kit da alcuni secchi posti su un tavolo. Noley, Emmanuel e il resto dell’équipe hanno realizzato un circuito: le persone entrano da un campo di calcio, formano una coda, prendono il loro kit ed escono in strada. “È un lavoro molto fisico”, dice Emmanuel. “Devi fare tutto insieme: consegnare i kit, parlare con le persone e far sì che si muovano in fretta”. 

Due giorni prima della distribuzione, gli operatori MSF hanno un primo incontro con le comunità. Le équipe visitano l’area e proiettano un video che spiega come avverrà la distribuzione e qual è il suo scopo. Viene chiarito che il kit di protezione non serve a fornire cure mediche, ma è una soluzione d’emergenza per le famiglie, qualora qualcuno manifesti i sintomi o muoia all’interno delle abitazioni. In quest’ultimo caso bisogna procedere alla disinfezione degli ambienti.  

“Le ambulanze dovrebbero essere in grado di prelevare chiunque chiami il numero d’emergenza, ma il servizio non sta funzionando efficacemente”, dice Anna Halford, che coordina le distribuzioni. “Nessuno dovrebbe trovarsi nelle condizioni di dover disinfettare la propria casa senza aiuto, ma sfortunatamente è quello che sta accadendo. È una soluzione imperfetta in una situazione tutt’altro che ideale”.

Finora, la debole risposta internazionale all’epidemia ha lasciato lacune in diversi settori chiave di questa complessa emergenza. Non si tratta solo di posti letto. A Monrovia, il sistema di ambulanza e trasferimento ai centri per il trattamento non riesce a far fronte alla situazione e i tassisti si rifiutano di trasportare passeggeri che presentano i sintomi della malattia. Il tracciamento dei contatti deve essere implementato sistematicamente e la gestione dei corpi è ancora un problema. 

I principali luoghi di trasmissione dell’Ebola sono i funerali, le strutture sanitarie inadeguate e le case delle persone malate o che manifestano i sintomi. Il virus può spazzare via intere famiglie e la distribuzione di questi kit rappresenta un tentativo di arrestare il fenomeno, quantomeno rallentando la trasmissione del virus all’interno delle abitazioni.

“Una delle mie vicine, alla quale ero molto legato, ha contratto l’Ebola”, dice Emmanuel dopo la distribuzione dei kit. “Ha contagiato il fidanzato, il padre e la madre. Quando mi hanno detto della sua morte non riuscivo a crederci . Solo il padre è sopravvissuto. Questo è uno dei motivi per cui sono qui”. 

Il sole sorge e le équipe si lasciano alle spalle la distribuzione dei kit avvenuta durante la notte. Le auto si fanno strada tra la persone che affollano il mercato, congestionato già dalle prime ore del mattino. 

“Se lavori per MSF, alcune persone ti additano per strada come se avessi l’Ebola”, dice Emmanuel, guardando fuori dalla finestra. “Hanno paura, è uno stigma. Per me non è uno stigma, è qualcosa di cui essere orgogliosi. Sono fiero di essermi unito alla lotta contro l’Ebola”.

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