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campagna per l'accesso ai farmaci
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L'accordo del 30 Agosto 2003

L'accordo sui farmaci siglato il 30 agosto 2003 dai Paesi aderenti all’Organizzazione Mondiale del Commercio contribuirà ben poco ad assicurare l'accesso ai farmaci nei paesi in via di sviluppo.

Il 30 agosto 2003 i 146 Paesi membri dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization – WTO) hanno siglato un accordo sul commercio di farmaci salvavita. Questa intesa è stata presentata dal Wto e da molte delegazioni dei Paesi industrializzati come un grande passo in avanti nella tutela del diritto alla vita e alla salute nei Paesi in via di sviluppo (PVS). Molti media hanno riportato l'erronea informazione secondo cui questo accordo avrebbe introdotto per la prima volta il diritto dei Paesi più poveri tra i poveri a importare farmaci generici (molto più economici di quelli di marca, ma ugualmente efficaci) dalle nazioni che li producono (oggi soprattutto India e Brasile, ma anche Tailandia e altri Paesi asiatici).

In realtà questo diritto era già previsto dagli accordi relativi alla proprietà intellettuale e al commercio siglati nell'ambito del Wto (chiamati TRIPS – Trade related aspects of intellectual property rights) ed era stato ribadito a chiare lettere nella Dichiarazione di Doha sulla Salute Pubblica, firmata all'unanimità dall'Organizzazione Mondiale del Commercio nel novembre 2001.

Purtroppo fino a oggi l'esercizio effettivo di questo diritto è stato sostanzialmente impossibile per gran parte dei Paesi del Sud del mondo, sottoposti a innumerevoli pressioni da parte dei Paesi più ricchi e delle multinazionali. L'accordo siglato il 30 agosto 2003 (subito prima dell'apertura del vertice di Cancun, che si è svolto dal 10 al 14 settembre 2003) avrebbe dovuto introdurre una volta per tutte regole chiare, semplici e inequivocabili per permettere ai Paesi poveri di avvalersi di questo diritto di civiltà, e invece, ancora una volta le logiche del profitto hanno avuto la meglio. L'accordo introduce infatti una serie di clausole a salvaguardia degli interessi delle multinazionali farmaceutiche che rischiano di renderlo di fatto inutilizzabile.

PROMESSE NON MANTENUTE

Poco dopo l'adozione della Dichiarazione di Doha, l'ottimistico “spirito di Doha” è svanito. Ci sono stati continui tentativi da parte delle nazioni ricche – in particolare di quelle che ospitano le più grandi case farmaceutiche – per erodere il valore e la forza della Dichiarazione. La scadenza del 2002 non è stata rispettata, l'accordo è stato siglato il 30 agosto 2003, subito prima dell'inizio del vertice di Cancun, per sgomberare i tavoli delle trattative dalla spinosa questione dei farmaci.

Perché l'accordo del 30 agosto non funziona . Durante le discussioni del Consiglio dei TRIPS sul Paragrafo 6 della Dichiarazione di Doha, gli Stati Uniti, l'Unione Europea, il Canada, la Svizzera e il Giappone hanno negoziato in modo deciso per ridurre le capacità di accesso dei paesi in via di sviluppo ai generici. Nel Paragrafo 6 della Dichiarazione di Doha si incaricava il Consiglio dei TRIPS di trovare una “soluzione rapida” affinché i paesi senza capacità produttiva di farmaci potessero utilizzare le licenze obbligatorie per importare i generici quando necessario. Tuttavia, sono stati effettuati numerosi tentativi per introdurre delle complicazioni procedurali inutili. Dopo un'estenuante trattativa, sabato 30 agosto 2003 , tutti i 146 Paesi membri del Wto hanno approvato un accordo che, pur riconoscendo il diritto dei Paesi più poveri a importare farmaci generici dai Paesi che hanno la capacità di produrli, introduce una quantità di limitazioni e ostacoli che di fatto rischiano di rendere l'accordo inutilizzabile. Un nutrito gruppo di Paesi in via di sviluppo ha tentato di opporsi a questo testo, ma alla fine spinti da fortissime pressioni e nella speranza di ottenere qualche concessione in più sul fronte dell'agricoltura, hanno votato un testo pieno di trabocchetti.

Il primo problema è la burocrazia : i Paesi che vorranno importare i generici e quelli che vorranno esportarli dovranno chiedere di volta in volta una “licenza obbligatoria”. Per far questo dovranno fornire a un apposito organismo del Wto un'ampia e complessa documentazione fino a indicare esattamente i quantitativi di farmaci che intendono esportare o importare. Queste procedure richiederanno tempi lunghissimi togliendo ai Governi dei Paesi più

poveri la possibilità di approvvigionarsi tempestivamente di farmaci per combattere le epidemie. Le lungaggini burocratiche imporranno un prezzo altissimo che sarà pagato in vite umane.

Il secondo problema è rappresentato dall 'ambiguità e dalla discrezionalità : il testo approvato dal Wto è volutamente ambiguo e si presta a diverse interpretazioni (non a caso alcune multinazionali farmaceutiche ne hanno già dato una lettura restrittiva). Questa ambiguità è tanto più grave in quanto l'accordo prevede che alla fine spetti al Wto decidere se concedere o meno l'importazione di generici: in ogni momento l'autorizzazione ad approvvigionarsi dei farmaci economici ed essenziali potrà essere negata ai Paesi più poveri.

Infine, l'accordo scoraggia di fatto la produzione di generici : le industrie che oggi soprattutto in Brasile, Tailandia e India producono copie di qualità dei farmaci di marca vengono fortemente disincentivate. Prima di tutto molti dei Paesi “emergenti” (Cina, Singapore, etc.) sono esclusi dalla possibilità di utilizzare l'accordo e di importare generici, a meno che non dimostrino di trovarsi a fronteggiare una vera emergenza umanitaria. Questo fatto è grave per diversi motivi: prima di tutto, molti di questi paesi esclusi dall'accordo stanno affrontando il dilagare dell'Aids e di altre malattie e l'impossibilità di ricorrere ai generici limiterà le loro possibilità di fronteggiarle. Si toglie a questi paesi ogni possibilità di prevenzione: in caso di scoppio di una nuova epidemia questi paesi non potranno arginarla perché per accedere ai generici dovranno aspettare che l'epidemia raggiunga dimensioni catastrofiche. Infine l'aver escluso questi importanti mercati dalla possibilità di importare generici scoraggia di fatto le aziende che li producono. Molte di queste, infatti, potranno trovare anti-economico produrre generici se saranno autorizzati a esportarli solo nei Paesi più poveri che non rappresentano una domanda sufficiente a incentivare l'offerta. Come se non bastasse, l'accordo appena firmato impone ai produttori di generici nuove regole in materia di confezionamento dei medicinali (colore e scatole delle pillole), per ottemperare alle quali dovranno farsi carico di costi elevati.

Infine l'accordo del 30 agosto lascia irrisolta una grave questione: cosa succederà alla fine del 2005 quando i paesi che oggi ospitano i principali produttori di generici saranno costretti ad applicare i TRIPS integralmente, incluse le norme sui brevetti? Che conseguenze ci saranno sulla possibilità di produrre ed esportare generici?