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Vi scrivo da... Port-au-Prince

Francesca, coordinatrice delle attività di MSF, racconta la sua esperienza nella capitale colpita dal sisma

Port-au-Prince, o PaP che brevemente si voglia chiamare, è una città molto vasta che si estende dalle spiagge caraibiche sino alle prospicienti montagne che vanno su, alte. Ovunque case, quelle più povere sulla costa, il centro storico ed amministrativo un po’ più in dentro, e poi le gole e le creste che accolgono la zona ricca di PaP. Il tessuto stradale è molto squadrato, con arterie principali che seguono la verticale topografica e le traverse più strette che sembrano ripercorrere i sentieri di montagna, per far sembrare la salita meno impervia.

Gli imbottigliamenti sono all’ordine del giorno perché la città è grande, ed è pur sempre la capitale del paese: quindi anche il traffico pesante passa per dove passano i taxi pubblici che si fermano a raccogliere gente ad ogni richiesta. La percezione delle dimensioni dei veicoli è precisa al centimetro, a giudicare dai “rifili” tra camion, cisterne e auto normali. Poi ci sono le donne che attraversano la strada portando sulla testa la cesta della verdura o la pentola dei pasti caldi da vendere, i bambini che lavano i vetri alle macchine ferme, vecchi e giovani che si spostano a piedi. Girare in macchina è come guardare un film, si possono osservare tante cose.

Il clima è caldo ma non umido, in prossimità del mare si gode di una rinfrescante brezza, ci sono fiori dai colori sgargianti, ho visto pure i colibrì!  La gente sembra molto affabile, sarà forse anche per il suono dolce della loro lingua: si chiama creolo ed è un francese liberamente rivisitato con qualche antica lingua locale. La religione più diffusa è il cattolicesimo e l’Italia è conosciuta, come in tutto il mondo, per il Papa e per i giocatori di calcio: Baggio, Totti, Maldini (W TS!).

PaP sembrerebbe una città in cui uno potrebbe pensare di vivere placidamente, la meta ideale per i tanti pensionati americani che vanno a investire i risparmi di una vita e la liquidazione in qualche posto mite della Florida.

Mi sembrava doveroso iniziare con un’immagine positiva del posto in cui mi trovo. Non vorrei si pensasse in termini troppo commiserativi - tipo “piove sempre sul bagnato”: sì è vero, PaP ed il terremoto ne sono una riprova, ma non vorrei togliere a queste persone la dignità di esseri umani che seppur poveri, sporchi, analfabeti per la maggior parte, soffrono le perdite come potrebbe accadere a noi. E di fronte a tali catastrofi non esistono differenze. Questo posto sta dimostrando uno spirito di sopravvivenza e una tolleranza alle avversità fuori dal comune.

Arrivi a PaP e già dall’aereo ti meraviglia che tra il verde e il marrone della terra spicchi la città, tutta bianca. Abituata ad atterrare in posti inondati, avevo fatto l’occhio al colore del fango. Qui il bianco è invece il colore della polvere che pervade tutto: la gente cammina epr strada con una mascherina, tutti gli expat (me compresa!) sviluppano uno strano raffreddore che passa in due giorni. È solo l’adattamento alla polvere.

Certo, devo raccontarvi degli edifici. Alcuni multipiano sembrano dei fogli impilati in disordine. Altri hanno il calcestruzzo disintegrato in blocchi che sembrano leggeri tanto son grandi ed in bilico gli uni sugli altri. I tondini di ferro sono stati piegati dalla forza incontenibile e ora pendono come spaghetti, hanno ancora infilati delle “perline” di pietra. Ci sono edifici mezzi slittati, come fossero cera avvicinata ad una fonte di calore. Alcun palazzi ti sembrano in buono stato, ma poi guardi meglio e capisci che sono completamente sbandati, o presentano delle fessure irreparabili alla base. La scritta “a demolir” della compagnia statale che sta facendo le indagini strutturali suona come una condanna a morte. Quando vedi una casa non malmessa, speri che non venga demolita e ti rallegri perché ti sfiora l’idea di cosa faresti se fosse casa tua: vedendo tutte le persone amputate ancora in cura nei nostri ospedali, l’unica cosa che uno si augura è che almeno rimangano gli affetti.

È stato commovente vedere il palazzo governativo, uno splendido esempio architettonico, in parte piegato su se stesso, in avanti. E la scuola di medicina e l’ospedale centrale, dove alle 6 del pomeriggio tanta gente studiava o lavorava, completamente collassati.

 

Francesca, coordinatrice delle attività di MSF a Haiti

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