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Pakistan, intervista al coordinatore medico di MSF

Dalla metà di aprile 2009, nella zona della NWFP (North-West Frontier Province) si è aggravato il conflitto tra le fazioni dei talebani pakistani e le forze governative, con una fase peggiore negli scontri avvenuta a maggio. In base ai dati ufficiali, sono 2,1 milioni gli sfollati fuggiti dalla violenza nella Provincia pakistana

02/09/2009

Tankred Stöbe, coordinatore medico dei progetti di Medici Senza Frontiere (MSF) in Pakistan, è appena rientrato dalla regione.

Puoi descrivere le condizioni di vita nel distretto di Mardan, dove vivono molti sfollati?
La temperatura si aggira tra i 40 e i 50º C, ora fa molto caldo. Ciò significa che svolgere ogni attività richiede maggiore fatica, sia per gli operatori umanitari sia per chi necessita di aiuto. Il terreno è in maggior parte piano e la vita si basa su allevamenti di bestiame e coltivazioni. I campi per sfollati gestiti dal governo e dalle forze militari sono in gran parte vuoti, poiché la stragrande maggioranza degli sfollati vive con amici, parenti o in edifici pubblici come le scuole. Molti sono ancora troppo terrorizzati per poter tornare a casa. Perciò il peso sulle famiglie locali è enorme: da intere settimane, mesi, stanno ospitando le famiglie sfollate e questa situazione sta spingendo molti di loro allo stremo sia economico che psicofisico.

In che modo MSF assiste gli sfollati e le famiglie ospitanti?
MSF fornisce cure gratuite a tutti coloro che si rivolgono alle strutture sanitarie in cui opera. Nell’ospedale di Mardan abbiamo avviato un dipartimento di emergenza, anche con reparti di assistenza sia per donne che per uomini. C’è anche un centro di trattamento per i casi di diarrea acuta, isolato dal dipartimento ospedaliero in modo da non compromettere le condizioni igienico-sanitarie. In questa regione, dove il colera è endemico, MSF sta visitando sempre più casi sospetti di colera. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha eseguito varie analisi per avere dati approfonditi. MSF lavora inoltre in sei centri di salute a Peshawar, capitale della NWFP, e nalla zona circostante. Assistiamo circa mille pazienti ogni settimana, la maggioranza dei quali soffre di diarrea, problemi respiratori o infezioni cutanee.

Tra i pazienti che visitate, ne ricordi qualcuno in particolare?
Assistiamo molti bambini malati, come Basit, 10 anni. È arrivato, accompagnato dalla madre, al centro di salute a Darband (nella zona orientale della NWFP) dove sono già in cura i suoi due fratelli. Aveva il collo gonfio e pruriginoso, come i suoi fratelli, è affetto da una malattia comune nella regione: la leishmaniosi. Nonostante non sia molto conosciuta, è una patologia che colpisce ogni anno circa 2milioni di persone. I sintomi includono febbre alta, dolorose infiammazioni della pelle, forte perdita di peso, dolori congiunti e milza dilatata. Nella sua forma più acuta, la malattia si chiama kala azar e in mancanza di cure adeguate causa la morte del malato. Basit non è stato colpito da questa forma più acuta e ha pertanto maggiore possibilità di guarire, anche se ciò comporta un trattamento che include iniezioni estremamente dolorose.

Qual è la situazione dei pazienti feriti durante il conflitto?
Sebbene il numero dei pazienti gravemente feriti stia diminuendo, l’assistenza postoperatoria resta un problema. Inoltre, quasi da nessuna parte in Pakistan viene fornita sufficiente assistenza ai feriti. I civili continuano a morire in seguito agli attacchi. Fornire a queste persone assistenza d’urgenza è una grande sfida. Molti feriti che potrebbero essere salvati muoiono prima di raggiungere l’ospedale. È fondamentale che si fornisca assistenza d’emergenza negli ospedali ed è necessario che ci siano al più presto miglioramenti in questo senso. Lo stesso discorso vale per l’assistenza medica di base nelle zone rurali, soprattutto nelle zone al confine con l’Afghanistan.

Che futuro possono aspettarsi queste persone?
L’ondata di violenza scoppiata quest’anno nel Pakistan del Nord ha certamente portato il paese verso la più grave crisi umanitaria dal terremoto del 2005 in Kashmir. C’è abbastanza assistenza per gli sfollati dello Swat. Tuttavia, ci sono altri gruppi di sfollati, come per esempio i membri della tribù Bajaur, a nord-ovest dello Swat. Quando queste persone ritornano nelle loro case sono costrette a ricostruire dal nulla le proprie vite e la pericolosa situazione politica rende ciò ancora più complicato; saranno costretti a dipendere da aiuti esterni ancora per molti anni.
 

Tag: Pakistan

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