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Vivere nella paura: la cura del disagio mentale nella favela di Rio

“Ecco cosa significa vivere qui: meglio per te se non vedi, non senti, non parli. Quando scoppia la violenza, ognuno si fa i fatti suoi. È terrificante”

07/12/2009

Elena(*) vive nel Complexo do Alemão, una favela con più di 170.000 abitanti di Rio de Janeiro, Brasile. Il panorama offerta dal Complexo è in netto contrasto con le immagini da cartolina a cui ci ha abituati Rio: un labirinto di vie non asfaltate che si inerpicano su per la collina, fiancheggiate da misere casupole, il tutto racchiuso entro un circolo di posti di blocco improvvisati, che servono a tenere sotto controllo il traffico in entrata. Meno plateale, ma più impressionante, è lo scenario quotidiano della violenza che schiaccia e pervade la vita degli abitanti della favela.

Il Complexo do Alemão, come centinaia di altre favela a Rio de Janeiro, è in mano a gruppi armati che gestiscono il redditizio traffico della droga nella zona. La fiamma della violenza può accendersi ovunque, in ogni momento, basta che la polizia effettui un’incursione o che gruppi rivali si decidano per lo scontro diretto. Anche quando tutto sembra tranquillo, migliaia di persone come Elena vivono soggette all’arbitrio dei gruppi armati, con la costante paura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Medici Senza Frontiere ha avviato un progetto all’interno del Complexo do Alemão nel 2007, in seguito a una serie di violenti scontri tra polizia e gruppi armati. Nel giugno 2007, nel corso di un’operazione di polizia, in un solo giorno si sono contati 17 morti. A chi si era trovato casualmente nel bel mezzo del fuoco incrociato non è stato portato alcun soccorso medico. Le ambulanze infatti non entrano in posti come il Complexo do Alemão, neppure quando la situazione è tranquilla.

Il progetto di MSF era soprattutto volto ad attivare un sistema di pronto soccorso in grado di garantire tutte le attività salvavita, dall’intervento stabilizzazione del paziente al suo trasporto in ospedali pubblici al di fuori del Complexo do Alemão, per ulteriori cure o per il ricovero. Per questo MSF ha trasformato in ambulanza un piccolo furgone, abbastanza stretto da riuscire a infilarsi attraverso i posto di blocco e le vie della favela.

Inoltre il progetto forniva assistenza psicologica a quanti avevano assistito ad episodi di violenza, aiutandoli a elaborare quella esperienza. “Qui ci si aspetta che nessuno faccia parola delle violenze a cui abbia avuto la sventura di assistere, perciò tutte queste scene tremende rimangono sepolte dentro la testa della gente. Alle persone colpite in vario modo da questo clima di violenza il servizio di salute mentale offerto dalla clinica di MSF ha dato la possibilità di esprimere la propria sofferenza e, se non altro, di gestirla meglio, dal momento che non possono fare molto per cambiare la situazione in cui vivono,” ha spiegato Douglas Khayat, psicologo di MSF nel Complexo do Alemão.

Il sostegno psicologico aiuta gli abitanti del quartiere ad affrontare i propri traumi

Per Elena è stata una vera sorpresa riuscire finalmente a provare sollievo grazie al sostegno psicologico offerto alla clinica di MSF. “È stato un puro caso se ho scoperto che c’era la possibilità di consultare degli psicologi. Ero a casa malata, poi è passata l’ambulanza e mi ha portata alla clinica di MSF. Qui è venuto fuori che avevo la pressione altissima. Il dottore mi ha somministrato qualche medicina e poi mi ha chiesto se per caso ci fosse qualcosa che mi angosciava,” ha raccontato Elena. “Mio marito beve troppo e questo mi tiene sotto pressione. Così ho acconsentito a una visita dallo psicologo. Era la prima volta che ne incontravo uno e mi è servito. Adesso riesco ad affrontare i miei problemi come non ero mai stata in grado di fare prima”.

Come nel caso di Elena, molti pazienti arrivano dallo psicologo dopo essere stati visitati da un medico della clinica di MSF, il quale riconosce in loro i sintomi di una malattia psicosomatica. “È fondamentale che medici e psicologi collaborino in modo da individuare i pazienti che hanno bisogno anche di un sostegno psicologico. Spesso, infatti, arrivano alla clinica lamentandosi di un qualche malessere fisico che in realtà è la conseguenza di un disagio mentale, come nel caso delle emicranie,” ha spiegato Khayat.

Tra gli adulti i sintomi più comuni sono riconducibili a malattie psicosomatiche, depressione e ansia; nei bambini aggressività, disturbi del comportamento e difficoltà nell’apprendimento. Dietro questi sintomi si nasconde di solito un episodio di violenza vissuto dal paziente. La metà di tutti i pazienti visitati dagli psicologi di MSF ha alle spalle una storia di violenza. Più di un terzo di questi si è trovato nel mezzo di uno scontro e uno su cinque ha perso un familiare nell’occasione. “Di fronte a tanto orrore, ci aspettavamo un numero più alto di casi di sindrome da stress post-traumatico, come capita di solito alle persone che hanno subito uno shock improvviso,” ha dichiarato Khayat. “Invece questi casi sono una minoranza. E non è un segnale confortante, perché significa che quello che noi consideriamo un evento straordinario al Complexo è oramai considerato come un fatto di ordinaria amministrazione. Eppure nessuno ne esce senza strascichi,” ha aggiunto Khayat.


Dopo due anni il progetto di MSF si conclude

Dopo due anni di attività, il progetto di MSF nel Complexo do Alemão sta arrivando alla sua conclusione. “Il progetto è nato per rispondere a un’emergenza e, come tale, è stato realizzato perché durasse un paio di anni. Certo, qui la gente continua ad essere esposta a pressioni di ogni tipo e la violenza è un elemento costante della vita quotidiana. Tuttavia il numero degli scontri armati e dei feriti all’interno del Complexo do Alemão è sceso, così come è scemata l’emergenza per la quale ci eravamo mobilitati dando vita a questo progetto,” ha spiegato Tyler Fainstat, capo missione di MSF in Brasile. “Inoltre oggi gli abitanti del quartiere possono contare su alcuni servizi di assistenza medica a portata di mano, anche se non all’interno del Complexo,” ha aggiunto.

Tra il 2007 e il 2009, l’équipe in loco di MSF ha visitato 19.000 pazienti e ha effettuato 650 interventi di emergenza con la vettura facente funzione di ambulanza. La squadra di psicologi ha avuto in cura 1.300 pazienti, bambini e adulti, per un totale di 3.000 consulti. Seconda Ana Maria il sostegno psicologico è stato una presenza di fondamentale importanza. “Quando mio fratello è stato ucciso, io avevo sedici anni e da allora soffro di depressione. Non riuscivo a uscire di casa. Non volevo parlare con nessuno. Vivevo nell’isolamento più completo. Volevo uccidermi. Poi ho perso mia sorella in un incidente stradale. A quel punto, volevo solo morire. È stato durante una di queste crisi che ho scoperto che alla clinica c’erano degli psicologi. Loro mi hanno dato quel supporto psicologico di cui avevo bisogno per continuare a vivere,” ha raccontato Ana Maria.

 

* I nomi dei pazienti sono di fantasia
 

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