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Haiti: “Siamo usciti dall’edificio appena in tempo per vedere crollare l’ospedale ”

Un logista di MSF racconta la sua esperienza durante il terremoto del 12 gennaio e come lui e il suo team hanno risposto prontamente a questa terribile emergenza

09/02/2010

Il 12 gennaio, Jordan Wiley stava lavorando come capo logista all’ospedale traumatologico La Trinité a Port-au-Prince quando il terremoto ha distrutto gran parte della città. Wiley, che è ritornato negli Stati Uniti 10 giorni dopo il sisma, era alla quarta missione con Medici Senza Frontiere e ci parla di quello che è successo subito dopo la scossa.

Pochi minuti prima della scossa mi trovavo sul tetto dell’ospedale per controllare le tubature dell’acqua. Poi sono sceso giù passando per l’ospedale e, dato che erano quasi le 17, ho salutato alcuni dei pazienti e membri dello staff. Ho attraversato la strada e mi sono diretto verso il nostro ufficio situato nella farmacia. Non appena sono entrato, l’edificio ha iniziato a tremare violentemente, così tanto che era quasi impossibile camminare.

Non so esattamente quanto sia durato. Saranno stati 10, forse 15 secondi di scosse violentissime. Ero insieme ad altri 3 colleghi nella farmacia, e non appena si la terra ha smesso di tremare siamo usciti dall’edificio, appena in tempo per vedere l’ospedale crollare.
Quello che era stato il primo dei tre piani che componevano l’edificio dove si trovavano il pronto soccorso, la sala d’aspetto, la terapia intensiva e la banca del sangue, non esisteva più, c’erano solo macerie. E, purtroppo, al momento del crollo erano molti i pazienti e i colleghi di MSF che si trovavano lì dentro.

L’ atmosfera era surreale, perché non appena le scosse sono finite, c’è stato un silenzio di tomba. Non si sentiva nulla. Tutto era immerso nel silenzio, e poi dopo circa tre, quattro secondi l’intera città si è riempita di urla. Non dimenticherò mai questo momento che ho difficoltà a descrivere perché sembrava si trattasse quasi di un coro di urla e lamenti.

La prima cosa a cui ho pensato è stato il piano di emergenza che prevede la gestione del flusso di feriti vuoi per catastrofi naturali, per incidenti stradali, per episodi di violenza. Ho parlato con il coordinatore del terreno ma poi mi sono reso conto che tale piano si basa sull’avere una struttura dove sistemare i pazienti. E visto che ormai non avevamo più un ospedale dovevamo trovare un posto alternativo per i pazienti.

La struttura della farmacia, dove avevamo del materiale medico, era ancora in piedi così l’abbiamo adibita subito a nuovo ospedale. Nei sei o sette giorni successivi abbiamo montato un ospedale da campo usando il locale della farmacia e la strada di fronte. Ma prima di tutto abbiamo soccorso e tentato di salvare chi era rimasto intrappolato nell’edificio valutando le risorse a disposizione. I telefoni erano fuori uso. Le radio in un primo momento non funzionavano. L’elettricità, l’acqua – pensi a tutte queste cose di logistica perché ti servono immediatamente. Tutti pensieri, oltre al caos che regnava fuori, che mi si affollavano nella mente, mentre pensavo a quante persone potevano essere ancora vive e a come potevamo portarle fuori quelle che erano ancora intrappolate. È stata un’emozione senza precedenti.

Alcune persone sono state eccezionali, sono state degli eroi, specialmente lo staff locale, che è stato davvero stupefacente. Sono convinto che non avremmo potuto essere operativi senza di loro. Hanno risposto alle direttive e alle necessità immediate dell’emergenza, portando ai pazienti quello di cui avevano bisogno. Sono entrati immediatamente nell’edificio cercando di portare fuori più persone possibile, senza esitazione. È stato incredibile.

Non dimenticherò mai un collega, un portantino, un uomo molto minuto, ma con una determinazione e una motivazione tali da portarlo a cercare in tutte le stanze raggiungibili dell’ospedale. E ha aiutato un numero infinito di persone a uscire fuori dall’edificio. Ha rotto alcune sbarre che ostruivano una finestra per far uscire alcune persone. Visto che erano crollate grandi sezioni di cemento armato e l’edificio era molto instabile, entravamo ma prestando molta attenzione a dove mettevano i piedi per evitare ulteriori crolli.
Ovviamente non gli ho mai chiesto di farlo, non l’ho mai forzato. Se c’era una cosa che volevamo sottolineare era la cautela nell’entrare nell’edificio. Ma lui pensava soltanto a salvare le persone.

Alcuni dei nostri colleghi dicevano,”La mia casa è andata distrutta, ma la mia famiglia è a posto”. Altri erano disperati perché non trovavano la famiglia. Hanno perso figli, figlie, mogli, mariti, genitori, nonni, e nonostante tutto ancora si presentavano al lavoro. Hanno continuato a venire, facendo turni massacranti di 18, 20, 24 ore. Certi giorni le persone non mangiavano, perché non c’era cibo. Per alcuni giorni abbiamo mangiato cibo terapeutico pronto all’uso (per il trattamento della malnutrizione) e per quattro giorni abbiamo dormito solo poche ore.

Era normale. Avevamo dottori e infermieri sul posto e fornivamo le cure di primo livello, utilizzando i lacci emostatici per evitare il sanguinamento delle ferite. Dopo circa 40 ore dal terremoto, abbiamo cercato di fornire cure di secondo livello. Uno dei dottori – un collega della Costa D’Avorio – mi ha detto “Possiamo metter su una sala operatoria?” ho risposto, “Perché no? Facciamolo”.

Avevamo molte pedane di legno, lenzuola e altri materiali e abbiamo allestito una sala operatoria improvvisata all’aperto. Con il passare dei giorni, siamo riusciti a recuperare dei materiali dall’ospedale: respiratori e altre apparecchiature mediche.
40 ore dopo il primo terremoto stavamo operando sui nostri primi pazienti. Certo, non era un ambiente completamente sterile, ma abbiamo fatto del nostro meglio per coprire tutto e tenerlo il più protetto possibile. Poi sono arrivati altri chirurghi e abbiamo individuato il modo di mettere su un’altra sala operatoria: sul retro della farmacia avevamo 3 container, come quelli per le spedizioni che vengono trasportati dai camion. E allora ne abbiamo svuotato uno e l’abbiamo trasformato in una seconda sala operatoria con le apparecchiature che eravamo riusciti a salvare, con fili elettrici e lampadine recuperate. Ha funzionato, e i chirurghi sono stati in grado di continuare con le amputazioni di emergenza e altre operazioni salvavita.

È difficile pensare di ritornare a casa quando ti trovi in un posto che ha ancora bisogno di tutto ma mi sono reso conto, parlandone anche con il capomissione e alcuni colleghi, che è giusto dopo un po’ lasciare il posto a nuove energie, energie che si occupano in particolare della gestione dell’emergenza in questi casi.

Siamo stati in grado di fare molto e bene con poco a disposizione e pochissimo aiuto. E sono stato contento che siamo stati in grado di portare a termine qualcosa che il team di emergenza ha potuto utilizzare e ampliare.


 

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