Medici senza frontiere

Ordine: data rilevanza

Sala Stampa

Dona on line con carta di credito
 

Vi scrivo da...Galguduud

Riportiamo la testimonianza di Dario, logista, da Galguduud, una zona della Somalia.

19/10/2007

Viaggiare, vedere e conoscere, dove tutto ciò mi porterà non so, lontano questo sì, lontano da amicizie, famiglia, abitudini, ma una volta fatta la scelta, non si può più tornare indietro. Sono arrivato da poco più di due settimane in Somalia, un paese in parte sognato, un avventura anche rischiosa, così si dice, calma e bizzarra come appare in questi primi giorni, un salto nel passato sia sociale che politico, una realtà difficile da capire.

 

Guriel, è qui che mi trovo, un paese che non ho ancora visto, che forse per i prossimi mesi vedrò da dietro un finestrino della macchina. Da qui passa l'unica strada, che porta da Mogadisco fino a Djibuti, qui e dove si incontra l'unico ospedale nel raggio di 200 chilometri, qui e dove se arrivi ancora vivo puoi essere salvato. Qui è anche dove puoi partorire senza morire, dove ti puoi curare un'infezione o semplicemente un'influenza, qui è dove la gente percorre chilometri e chilometri a piedi per trovare un piccolo ospedale, non più di 100 posti letto, che possono fare la differenza fra svegliarsi il giorno dopo oppure no...

 

...Come sono arrivato qui? In aereo, un piccolo Cessna da 10 posti, ho fatto 3 fermate per far salire e scendere il personale di MSF che lavora in altri progetti. E alla fine sono atterrato su una lunga distesa di sassi e sabbia, una vera e propria pista in terra battuta. La vegetazione bassa e rada aiuta a tenere polvere e sabbia basse, cammelli e uccelli colorati di un blu intenso ogni tanto appaiono e scompaiono dietro un'acacia, mimetizzati nella vegetazione. La strada asfaltata porta verso il paese; in lontananza si intravedono due tralicci, la tecnologia è arrivata anche qui, telefonini ovunque, il rumore del generatore che porta elettricità a tutto il paese indica che siamo arrivati, una lunga distesa di asfalto divide il paese in due parti, svoltiamo a destra e ci dirigiamo verso l'ospedale.

 

Eccomi qui nel mio ufficio, una stanza di due metri per quattro, condivisa con il mio assistente e il radio operatore, piccola, ci si sta dentro a mala pena, due tavoli e tre sedie, qualche mosca e le pareti verdi di certo non aiutano a migliorare la situazione.

 

Anche gli altri uffici sono piccoli e spartani, per fortuna a me non serve tanto spazio, passo la maggior parte delle giornate in giro per l'ospedale. La mia sta quasi diventando una battaglia anche se il termine forse esagera un po' la realtà, ma una continua supervisione di latrine, luci, rubinetti, smaltimento dei rifiuti. Un po' come un poliziotto, tutto si rompe e tutto viene rotto, non capisco ancora come o perché ma stiamo iniziando dei corsi di aggiornamento ed informazione con lo staff in modo da poter insegnare o almeno spiegare che le cose si rompono solo se si vuole romperle. È difficile anche per le donne delle pulizie poter dire ai pazienti cosa fare e non, se loro dicono qualcosa ai pazienti la risposta più gentile che possono ricevere è quella che loro essendo donne devono pulire il pavimento e farsi gli affari propri. È difficile far capire ai pazienti che non possono buttare le garze dentro le latrine, è difficile spiegare alle infermiere che non possono buttare nello stesso secchio placenta, carta e bottiglie.

 

Qui lo smaltimento dei rifiuti è molto complicato, le soluzioni sono due o si butta tutto fuori in mezzo alla savana o si cerca di dividere, e in qualche modo ridurre, l'impatto ecologico che nel bene o nel male noi creiamo.

 

Abbiamo un inceneritore dove carta, cartone, siringhe senza ago, bende e garze possono essere bruciate, una fossa sigillata in cemento per i resti umani, placenta, arti amputati, muscoli, pelle. Un altro dove mettiamo le ceneri dei materiali bruciati, e un altro solo per aghi. Si fa quel che si può ma certo questo problema rimane e difficilmente con le infrastrutture e le capacità a nostra disposizione possiamo fare di meglio.

 

Qui lavorare è una cosa un po' complicata e adesso vi spiego perché: per prima cosa non esistono autorità statali, nessun governo, nessuno che possa mantenere l'ordine con la legge, ma legge e governo esistono sotto un'altra forma.

 

La società è divisa in diversi clan, ognuno con un proprio rappresentante e il ''vecchio'' portavoce di ogni famiglia. Un paio di giorni dopo il mio arrivo io e Tomas abbiamo avuto il primo incontro con i rappresentanti dei 4 clan che vivono in questa cittadina. L'incontro in sé è stato positivo, hanno parlato prima loro, ci hanno dato il loro benvenuto e garantito sicurezza e imparzialità nei confronti di MSF. Finita la loro presentazione, solo allora chi è più giovane può permettersi di aprire bocca, e ci è stato dato il permesso di parlare e di esprimere la nostra gratitudine per l'accoglienza. Abbiamo esposto i nostri progetti per i prossimi mesi e ci siamo promessi di incontrarci ogni trenta giorni per fare il punto della situazione. Quindi, da come potete capire anche se noi vorremo decidere non sempre ci è permesso.

 

Dall'altra parte la cosa che ci può permettere di continuare a lavorare in questo progetto è il massimo supporto che riceviamo in materia di sicurezza, due giorni fa per esempio ci è stata recapitata una lettera in ufficio che con poche parole diceva che poiché c'era una disputa fra due diversi clan per una macchina affittata da noi, ci consigliavano di liberarci immediatamente di essa e di non usarla più altrimenti saremmo diventati un bersaglio e ritenuti responsabili della nostra sicurezza. Secondo questa lettera, infatti, noi non siamo venuti solo per aiutare la popolazione. Immediatamente abbiamo evacuato l'ospedale, solo noi stranieri, ci siamo rintanati a casa, tolto la bandiera e gli sticker dalla macchina e messi in contatto con il portavoce degli anziani. In due lunghi giorni di trattative, siamo riusciti a risolvere la situazione. Tutti gli anziani si sono prima riuniti fra di loro, hanno trovato un accordo con il mittente della lettera e ieri sera si sono presentati a casa anche con lui e ci hanno chiesto scusa per l'accaduto e assicurato che una cosa del genere non accadrà ma più. Anche chi ha scritto la lettera ce ne ha presentato un'altra di scuse. Ma tutti ci hanno ricordato che questa è la Somalia e che le cose alcune volte si sviluppano e risolvono in modo differente da quello a cui siamo abituati noi.

 

 

Baci e abbracci a tutti

Dario

Gerenza

© Medici Senza Frontiere Onlus - Tutti i diritti riservati.
Medici Senza Frontiere - via Volturno 58 - 00185 Roma - msf@msf.it
Tel 06 4486921 - Fax 06 44869220 - CF 97096120585 - P.Iva 06643921007

SITI MSF NEL MONDO