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Vi scrivo da... Negele

La testimonianza di Agnese, logista, appena rientrata da Negele (Etiopia)

17/12/2008

La luce del mattino, un vociare poco lontano e un pianto di bambino dall’ospedale mi svegliano: non sono ancora le 6. Esco dalla tenda, pronta perché dormo vestita (siamo a 2600 metri di altitudine), nell’umidità del mattino. Nessun movimento ancora nell’accampamento, solo Nephisa che passa con la legna da ardere andando a preparare la colazione per i pazienti. Una rapida occhiata oltre il recinto di plastica che isola il nostro accampamento dalla campagna etiope: la nebbia bassa dalla quale spuntano solo le cime delle capanne si sta alzando; respiro un po’ di infinito prima di raggiungere Yilma e Tibabou, i miei assistenti logisti che mi aspettano fuori dalle tende magazzino. Mi accolgono con un sorriso ancora avvolti nelle loro coperte (testa compresa!), solo gli occhi scoperti: il freddo è ancora pungente a quest’ora. “Tibabou, oggi che hai una coperta diversa quasi non ti avevo riconosciuto!”. Cominciamo a ridere, succede ogni giorno ma io continuo a sorprendermi di come sia possibile in quel freddo umido e a quell’ora del mattino.

Oggi è martedì, si va a Gefersa Negueso. La troupe di medici, infermieri e logisti partirà più tardi a cavallo (l’unico mezzo di trasporto dato che non ci sono strade e il percorso è accidentato) ma abbiamo imparato a spedire prima gli asini coi materiali, altrimenti finisce sempre che si perdono per strada e ritardano l’inizio delle attività mediche. Oggi, quindi, bisogna caricare sugli asini: 40 scatole di Plumpynut (il cibo terapeutico per i bambini malnutriti), 185 confezioni da 7 kg l’una di Fafa (farina con aggiunta di zucchero e olio) che viene distribuita alle famiglie dei bambini malnutriti, altrimenti il cibo terapeutico verrebbe diviso tra l’intera famiglia, 90 litri di olio, 50 pezzi di sapone e poi i soliti tavoli di plastica che vengono usati dagli infermieri per la consultazione, le strisce di plastica bianca e rossa con cui viene delimitato il percorso dove la gente si siede e aspetta il suo turno, i teli di plastica per fare un po’ d’ombra, le bilance per pesare i bambini e il metro per misurarne l’altezza, le medicine e le cartelle cliniche. Cominciamo a spostare i materiali fuori dalle tende con l’aiuto dei guardiani, ma il vociare fuori dal recinto si fa sempre più concitato. A Negele, ormai tutti sanno che ogni mattina prendiamo a noleggio una quarantina di asini e una ventina di cavalli e quindi vengono molto presto dal villaggio e si accalcano sul cancello con i loro animali. Yilma esce con la lista a scegliere i 40 asini di oggi mettendo un po’ di ordine in quel mercato. Gli asini chiamati entrano nell’accampamento per caricare i materiali: operazione non facile dato che si disperdono di continuo in tutte le direzioni e devono essere convinti con le buone, e non, a stare al loro posto. Alla fine ce la facciamo e partono con i guardiani.

Ora tocca ai cavalli “Che siano buoni mi raccomando!” … perché nessuno di noi espatriati è esperto.
Intanto arriva Amanuel col pane fresco dal villaggio: 50 panini all’ospedale, 10 per lo staff in partenza, 10 per la base. Alle 8 tutto è pronto e la carovana parte, sarà di ritorno nel pomeriggio.
Una momentanea calma scende sull’accampamento quando i guardiani chiudono il portone dietro ai cavalli, ma stanno già arrivando i lavoratori giornalieri che ci aiutano nella base: sono i carpentieri, gli assistenti logisti, le cuoche, le donne delle pulizie.

Oggi sono in “stand by” nella base con Jonas, il medico danese che si prende cura dei pazienti nell’ospedale mentre Jessica, l’infermiera tedesca, e Cecilie, la coordinatrice norvegese, sono con la troupe in trasferta a cavallo.

All’ospedale vengono indirizzati i bambini malnutriti con complicazioni, assieme ad un familiare, mentre gli altri bambini ammessi nel programma ma senza complicanze, ricevono settimanalmente la visita e il cibo terapeutico nel villaggio dove vivono, dalla troupe che si sposta a cavallo.

Quindi nella base si comincia… la mattinata trascorre tra:

Pulizie…
Oggi è una bella giornata di sole e spostiamo tutti i materassi e le coperte dall’ospedale fuori sul prato mentre Jonas visita i piccoli pazienti all’aperto.

Approvvigionamenti…
Arrivano anche i due asini che ogni giorno ci riforniscono di legna da ardere, poi
Husen mi chiama: è arrivato dalla città il camion con il quotidiano rifornimento di 5000 litri di acqua. Riempiamo il nostro contenitore dove poi aggiungeremo il cloro prima che l’acqua sia disponibile per tutto l’accampamento.
Arriva da Shashamane il tir con la scorta settimanale di cibo per i pazienti.

Compiti quotidiani…
Bollire l’acqua, riempire i filtri, preparare i sacchetti di Fafa per domani.

Costruzioni… I carpentieri sono alle prese con l’installazione di un forno che abbiamo ricavato da un bidone utilizzato per il diesel, lo stanno ricoprendo di fango per trattenere il calore. Se funziona, domani pizza!

 

Di tanto in tanto i nostri amici a cavallo chiamano alla radio per comunicarci che sono arrivati a destinazione, che va tutto bene, che nel pomeriggio riceveremo tre pazienti, che hanno finito, che sono partiti.

Più tardi arrivano i nuovi pazienti da Gefersa: questo significa tre materassi dal magazzino, nove coperte e avvisare la cuoca che ci sono tre persone in più.

Dico a Gannat (a gesti, perché lo staff locale parla solo amarico o oromifa) di ammazzare un pollo per la cena “Tagliare la gola” mimo, al “doro” (pollo in amarico). Tutti ridono, si sa che a noi italiani con la mimica non ci batte nessuno! Jonas lo farà arrostire sul fuoco su un barbecue improvvisato con una rete metallica. Oggi mangiamo noi espatriati da soli ma molto spesso nascono feste improvvisate con lo staff locale, circa trenta tra infermieri, autisti, logisti, che vengono dalla capitale o comunque dalla città, e che vivono nel nostro stesso accampamento, accampati pure loro, in tre grandi tende. E allora si ammazza una pecora o una capra comprata nel villaggio, si taglia carne tutti assieme per una o due ore e poi la si cucina sul fuoco con la birra (ricetta etiope), si fa un grande fuoco e si mangia carne con injera, poi si balla musica etiope, si ride tanto e quando il fuoco si spegne è ora di andare a dormire.

Prima che faccia buio, bisogna accertarsi che Hagy si sia ricordato di riempire le lampade col kerosene, di accenderle e distribuirle ai guardiani notturni e all’ospedale; controllare che ci sia abbastanza diesel nel generatore, che il serbatoio di acqua non sia vuoto, che in ospedale ci siano i termos col tè per la notte, che tutti abbiano abbastanza coperte, che tutto insomma sia sotto controllo.

Verso le 17.30 facciamo partire il generatore per caricare le batterie per l’indomani e lavorare ancora un po’ in ufficio, fino a quando Jonas annuncia che il pollo è pronto e ci riuniamo nella tenda cucina a raccontarci le avventure della giornata; comunque la logistica degli asini e dei cavalli è sempre al primo posto!

Sono le 21.30, spegniamo il generatore e l’accampamento sprofonda nel buio e nel silenzio. Do la buona notte alle guardie avvolte nelle coperte dalla testa ai piedi “Mi raccomando non dormite, uno di voi deve sempre fare il giro dell’accampamento!”.

Sono di nuovo nella mia tenda, nel bel mezzo della campagna etiope, sotto miliardi di stelle (e di coperte), le iene ululano, prima di cadere in un sonno profondo, ho solo il tempo di pensare “è dura ma non vorrei essere in nessun altro posto”.

Abbiamo vissuto così per due mesi in tenda, all’inizio sembrava impossibile poi ci siamo sistemati sempre meglio e alla fine nessuno sentiva la mancanza delle nostre comodità e a tutti dispiaceva di partire. Il programma è durato due mesi, alla fine dei quali, finita l’emergenza, abbiamo smontato l’accampamento, ammainato la bandiera MSF, e siamo partiti lasciando quel prato verde deserto come l’avevamo trovato il primo giorno, con la differenza che adesso c’era una folla di persone riconoscenti e amiche a salutarci commossa.


Agnese, logista 

Tag: Etiopia

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