… ogniqualvolta che sono tornata da una missione, Macedonia o Sud Sudan, tutti in Italia mi aspettavano chiedendomi: qual è stata la disavventura questa volta? Le temperature a – 30? La legna da spaccare? La macchina letteralmente mangiata dal fango e tu immersa fino alla vita?
… ebbene … questa volta in Zimbabwe con MSF niente disavventure. certo qualche scimmia entrata in ufficio per cercare il sacchetto di patatine ma niente di più… solo una bellissima avventura.
Bellissima per la gente che si è incontrata, per il paesaggio così vario, fiumi, laghi, canneti di zucchero infiniti e per i colleghi con cui ho lavorato; sono stata lì poco più di due mesi ma sono letteralmente volati.
Certo i primi giorni sono stati un po’ complicati. i casi di colera aumentavano di giorno in giorno… infermieri e logisti che correvano da una clinica all’altra e io che non capivo niente di quei nomi strani in shona, la lingua locale. Però ad essere onesta una piccola disavventura c’è stata. La mia valigia si è persa tra i cieli parigini ed africani. quindi per più di tre settimane sono stata con i miei pantaloni invernali, quando c’erano 38 gradi, e qualche maglietta recuperata dalle mie colleghe!
Ma poi pian piano ho incominciato ad ingranare, a delineare con i colleghi dello staff nazionale quello che si profilava essere la nostra altisonante “strategia d’azione”.
Come health promoter abbiamo ideato e messo in pratica quello che in gergo si chiama ToTs, training of trainer, cioè, per ogni piccola clinica rurale supportata da MSF (CTU-Cholera Treatment Unit), istruire persone locali riguardo il colera, le sue vie di trasmissione e le strategie di prevenzione. Così grazie alla collaborazione della popolazione siamo riusciti a creare dei community network composti da persone che sono andate nei loro sperduti villaggi d’origine ad informare la loro gente sul colera.
Venendo da esperienze sul campo diverse, le prime volte che andavo nei villaggi ho pensato malignamente. Ecco, ora le persone che abbiamo formato ci chiederanno qualcosa in cambio, sicuramente essere pagati visto la crisi che dilania questa terra ormai da decenni. e invece hanno fatto questo lavoro di sensibilizzazione senza percepire nulla… giusto una penna ciascuno per compilare dei questionari. spesso accadeva proprio il contrario… che loro ci davano qualcosa in cambio per la gratitudine; cocomeri e noccioline andavano per la maggiore.
È stato facile lavorare con loro, persone sorridenti, cordiali e molto “british” nei modi, educati, rispettosi e gran lavoratori; ho sempre sostenuto che in questo modo più della metà del lavoro era già fatto ed è anche per questo che il tempo mi è passato così velocemente, cosa che non credevo all’inizio visto la frenesia e la confusione che percepivo intorno a me.
All’apice dell’epidemia penso che abbiamo raggiunto anche il massimo della visibilità dato che ogni volta che passavamo con la macchina ci chiamavano “cholera bus”. Ed è stato in quel momento che alcuni ragazzini mi hanno soprannominato la “cinese” per il mio colore della pelle che non era certamente nera come la loro ma neanche così bianca come quella dei “classici” murunghi (bianchi in lingua locale).
Mi dispiace solo di una cosa… lo Zimbabwe è stato fino a qualche decennio fa uno dei paesi più sviluppati dell’intero continente africano, con i più elevati tassi di istruzione, uno dei paesi che maggiormente esportava materie prime, che si sapeva difendere autonomamente da epidemie di colera, uno dei primi a ratificare convenzioni per la lotta all’AIDS. ora è costretto ad elemosinare dai paesi che prima esso stesso supportava ed è questo che spesso i ragazzi con cui lavoravo lamentavano, aver perso la propria dignità.
Ma in tutti questi anni loro sono andati avanti e continueranno ad andare avanti con orgoglio, sono persone che hanno lavorato senza sosta per più di quattro mesi perché “we have to serve the country” e persone che hanno lavorato tutte le notti a lume di candela infilando flebo.
Per tutto questo lo Zimbabwe è un paese da mal d’Africa.
Maddalena, health promoter
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