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Vi scrivo da... l'Etiopia

Stefano racconta la sua esperienza di logista in Etiopia

01/12/2009

Il mercoledì pomeriggio arriva la chiamata da Roma: “Un mese in Etiopia come logsan, che ne dici?”. Accetto subito senza nemmeno capire cosa significhi (logsan: qualcosa tipo un logista che si occupa anche di potabilizzazione dell’acqua, o viceversa… chissà) e senza nemmeno avere il tempo per pensarci, in nottata torno a casa, il giovedì preparo le valigie, saluti finali, e all’alba del venerdì mattina mi ritrovo su un volo per Bruxelles, dove mi aspetta un briefing, prima di ripartire per la mia destinazione con un volo notturno. Sabato mattina mi sveglio che l’aereo è già atterrato nella capitale etiope. Incontro il coordinatore del progetto e parto per il centro in cui dovrò lavorare.

Ad aspettarmi c’è il log supervisor del progetto che non si ferma un attimo: e mentre saltiamo da una parte all’altra come cavallette, parla e mi spiega la situazione, il lavoro, le responsabilità, con una lingua che è un misto tra inglese e francese. Io non parlo francese. Troviamo un punto d’incontro e comunichiamo in spagnolo.

Dopo aver ricevuto centinaia di input e informazioni di ogni genere, la sera ci aspetta il meeting generale, dove avvengono le presentazioni ufficiali, dico chi sono, da dove vengo… Alla domanda: “Come è stato il tuo primo giorno di missione”, una sola parola esce dalla mia bocca: “Horrible!”

Fortunatamente la frustrazione se ne va dopo pochi giorni quando inizio a capire quello che devo fare, grazie anche al prezioso aiuto dei colleghi espatriati (expat, come li chiamiamo a MSF) e dell’assistente locale, Johannes, un etiope che trasmette un’energia enorme. E sicuramente anche la consapevolezza che anch’io, pur se alla prima missione senza nessuna esperienza in campo umanitario, potevo dare il mio contributo è stata fondamentale per superare lo sgomento iniziale.

Nel centro dove lavoro, i pazienti trattati sono affetti da diarrea acquosa acuta, una patologia che si spiega da sola e che, come si può immaginare, in pochi giorni provoca una forte disidratazione che può portare alla morte; i pazienti sono sdraiati su brandine con un foro al centro e un secchio posto sotto, proprio per facilitarne l’evacuazione.

Il lavoro del logista consiste fondamentalmente nel fare tutto il necessario per permettere al personale medico di poter lavorare nel miglior modo possibile, ed è quindi un lavoro che non si esaurisce mai. Le cose da fare sono molteplici: principalmente si tratta di verificare il rispetto delle procedure di isolamento e implementarle, di costruire una rete di alimentazione dell’acqua efficiente, di controllare lo stock di materiale e approvvigionare quello mancante, di formare e gestire il personale non sanitario.

Tante immagini mi rimarranno di questa missione: dall’espressione dei malati che vedendomi bianco con la pettorina di MSF mi scambiavano per medico, a quella della cerimonia del caffè organizzata dallo staff locale, con me e la nostra infermiera kenyota al centro ricoperti di attenzioni, a quella delle cene con colleghi expat e locali, perché dopo un duro lavoro bisogna anche distrarsi.

In poco più di un mese dall’inizio dell’intervento abbiamo trattato circa 9mila pazienti arrivando quasi ad azzerare il numero dei casi. Ed è giunto quindi il momento di passare le consegne e ritornare in Italia, con la speranza di ripartire al più presto.

Gerenza

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