6 Giugno 2017

William Nyuon Kuolang, 41 anni, ha cinque figli, con i quali, fino al mese di febbraio, viveva a Yuai. Da quando gli scontri fra l’Esercito di liberazione del popolo Sudanese e i gruppi d’opposizione li hanno costretti a fuggire, William e la sua famiglia vivono in un villaggio vicino a Pieri.

“Sono fuggito da Yuai il 15 febbraio a causa dei combattimenti. Degli uomini armati ci hanno attaccati alle due del pomeriggio. Sono stato costretto a scappare di corsa insieme alla mia famiglia. Non c’è stato il tempo di prendere nulla. Avevo in braccio uno dei miei bambini e correvo.

Stavano sparando nel villaggio. Hanno ucciso tutti. Le donne sono anche state stuprate. Hanno ucciso mia sorella e i suoi due bambini, così come mio padre e mio zio. Hanno bruciato alcuni dei tukul, hanno preso il bestiame e hanno persino distrutto i pozzi della comunità. A Yuai io avevo un grande orto e un po’ di bestiame. Ho perso le mie mucche e le capre. A Yuai si stava bene. C’erano le medicine. Ma quando hanno attaccato la città, hanno preso le medicine e anche i vestiti. I bambini sono rimasti senza medicine e senza vestiti e adesso dormono sotto gli alberi.

Vengo a Pieri tutti i giorni, anche se devo camminare per quattro ore. Vengo a cercare cibo per i bambini e per conoscere le ultime notizie sul conflitto. Non vivo a Pieri con la mia famiglia perché ho paura che la città sia attaccata. La settimana scorsa sono venuti e sono restati qui per tre ore. Ci sono stati degli spari ma nessuno è morto.

A Yuai avevo abbastanza cibo per sfamare la mia famiglia. Adesso ho soltanto il cibo delle distribuzioni e le foglie degli alberi. Quando mangiamo le foglie, ci fa male lo stomaco. Penso che sia per questo che abbiamo la diarrea. Uno dei miei bambini è morto di colera una settimana fa. Si chiamava Nyadel e aveva cinque anni. Io sapevo che a Pieri non ci sono abbastanza medicine e pensavo che sarebbe guarito, quindi ho deciso di aspettare. Il giorno dopo era morto”. 

 

Elisabeth Nyamoun, 44 anni, ha otto figli e sei nipoti. Da quando è fuggita da Yuai tre mesi fa, vive sotto un albero a Pieri insieme alla sua famiglia. 

“Vivo a Pieri da tre mesi. Sto in città, sotto un albero, in un terreno che appartiene a qualcun altro. Tutta la mia famiglia è a Pieri. Siamo fuggiti dai combattimenti. Degli uomini armati sono arrivati e hanno ucciso le persone. Non è la prima volta che sono stata costretta ad abbandonare la mia casa. L’ultima volta fu nel 2013. Vivevo a Malakal e quando siamo stati attaccati mi sono trasferita a Yuai. Adesso sono di nuovo sfollata.

Quando siamo fuggiti abbiamo perso alcuni bambini perché era impossibile correre con loro. Quindici persone che conoscevo sono state uccise e altre dieci colpite dai proiettili. Erano bambini, donne e uomini. 

Il 16 febbraio alcune persone sono tornate a casa in cerca di cibo. So che 30 donne sono state stuprate e due ragazzine sono state uccise. Avevano 15 anni. Volevano portare cibo, vestiti e altre cose di cui avevano bisogno con loro fuori da Yuai. Alcune donne, dopo, sono andate a Lankien per ricevere cure mediche ma molte di loro non hanno raccontato a nessuno quello che hanno subito, neanche ai loro mariti.

Abbiamo tre problemi qui: non ci sono case, non c’è cibo e sta arrivando il colera. Mangiamo soltanto le foglie degli alberi e il cibo che riceviamo dalle distribuzioni. E’ difficile procurarsi cibo. Abbiamo ricevuto una busta di sorgo sufficiente più o meno per 12 giorni. Ce n’è rimasto ancora un po’ ma le persone che non sono registrate per le distribuzioni vengono a elemosinare cibo da noi. Vengono dai villaggi qui intorno e io do loro del cibo.

Alcune persone sono disorientate, perché non mangiano e non bevono. Nessuno ha uno stipendio e nessuno può comprare legna da ardere. Io, quando non ho nulla da vendere, non ho neppure i soldi per comprare al mercato. L’acqua viene dai pozzi e non basta per tutti. Non posso tornare a Yuai finché tutti i soldati non se ne saranno andati. Il nostro tukul è stato bruciato ma vorrei tornare”.

 

Nhiaan Chaar,* 29 anni, lavorava come farmacista per MSF a Yuai. Dopo essere fuggito insieme a sua moglie e ai loro tre figli a febbraio, è venuto a Pieri, dove, insieme ad altri operatori di MSF, lavora nelle cliniche mobili per fornire assistenza sanitaria di base nell’area. 

“Sono nato e cresciuto a Yuai. Poi, nei primi anni Novanta, i miei genitori decisero di trasferirsi a Khartoum, a causa del conflitto e anche perché non c’era più cibo. Sono tornato da Khartoum dopo la firma degli accordi di pace del 2004/2005. Mi sono sposato a Yuai nel 2009. Mia moglie è originaria di Pieri. A quei tempi possedevo tanto bestiame. Adesso ho soltanto sei mucche. Stavamo molto bene a Yuai. Non c’erano combattimenti, era bello e pacifico.

Ho iniziato a lavorare per MSF nel 2011 come operatore comunitario e poi, nel 2014, sono diventato farmacista. Si lavorava bene e avevamo molti pazienti. Eravamo in trenta, compresi 17 operatori sanitari.

Ci hanno attaccati alle due del pomeriggio e hanno sparato. Quando siamo arrivati in ospedale, quella mattina, il nostro supervisore ci ha detto di tornare a casa perché fossimo insieme alle nostre famiglie in caso la situazione peggiorasse. E’ stato in quel momento che abbiamo sentito gli spari e abbiamo detto anche ai pazienti di tornare a casa.

Gli uomini armati hanno preso tutto dalla clinica, tutto. Hanno ucciso chi non riusciva a scappare di corsa: gli anziani e i disabili.

Appena arrivati a Pieri, noi dell’équipe di MSF abbiamo iniziato a lavorare, fornendo medicinali a chi ne avesse bisogno attraverso cliniche mobili. Quando è possibile, MSF fa arrivare qui i medicinali, altrimenti siamo noi a dover andare incontro all’équipe di MSF altrove se l’aereo con i rifornimenti non può atterrare.

Stiamo veramente facendo la differenza, anche se non abbiamo materiale per le iniezioni e non possiamo curare malattie come il kala-azar. A volte è triste non poter aiutare qualcuno soltanto perché non abbiamo i medicinali. Molti bambini si ammalano a causa delle condizioni igieniche precarie. Per questo è importante aiutare la nostra comunità a ricevere medicinali e assistenza.

Circa 32.000 persone vivevano a Yuai ma adesso sono fuggiti tutti. Alcuni sono andati nei campi rifugiati in Uganda, Kenya o Etiopia. Anch’io potrei andare ma non voglio lasciare Pieri perché qui sono utile.

La situazione alimentare a Pieri è molto complicata. Non si trova nulla al mercato quindi chi non ha niente non può neanche comprare. La maggior parte delle ONG sono andate via. Io sostengo tre famiglie: mia moglie e i nostri figli, mia sorella con suo marito e i loro quattro bambini e anche la famiglia dei miei suoceri. Loro non hanno soldi. Come potrei andare via?

La gente ha paura del colera. Vengono alla clinica per qualsiasi disturbo, pensando che si tratti di colera. La settimana scorsa sono morte 23 persone nella comunità e questa settimana altre tre. Io penso che siano morte di colera. Noi spieghiamo ai pazienti come proteggersi ma la gente ancora non sa come comportarsi.

Mi piace Yuai e non voglio continuare a vivere qui a Pieri. So che parte della mia casa è stata distrutta e che hanno preso tutto, compresi i miei averi, ma voglio tornare lo stesso.”

*Il nome è stato cambiato per proteggere la persona.

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