19 Agosto 2015

La corsa per contenere la più grande epidemia di Ebola della storia è stata una maratona, non una gara di velocità. Un anno fa sono andata in Africa occidentale e ho visto il virus che devastava un’intera regione. Distruggeva famiglie e disgregava il tessuto stesso della società, mentre le autorità nazionali e una manciata di organizzazioni umanitarie lottavano disperatamente contro questo nemico invisibile e inarrestabile. 

Al mio ritorno in Liberia, Guinea e Sierra Leone, tre mesi dopo, si ammalavano ancora centinaia di persone ogni settimana. Era impossibile capire come fossero state contagiate o individuare chi era entrato in contatto con loro e poteva essersi infettato a sua volta. Ma la macchina internazionale aveva finalmente iniziato a muoversi ed erano in corso i preparativi per avviare i test clinici di vaccini e trattamenti sperimentali.  

Pochi giorni fa sono tornata nell’area e sono sollevata nel vedere i progressi che sono stati fatti. Sebbene ci sia ancora della strada da fare, oggi abbiamo gli strumenti giusti, a livello collettivo, per porre fine all’epidemia. 

Per mesi si sono registrati 20-30 nuovi casi di Ebola ogni settimana. Nelle ultime settimane sono scesi a tre. Nuove catene di infezione vengono individuate in modo molto più rapido ed efficiente e siamo in grado di tracciare la diffusione del virus nelle comunità. Le autorità nazionali stanno dimostrando una leadership forte e un impegno serio nel fermare l’epidemia. 

Anche se desideriamo ardentemente che la fine dell’epidemia sia vicina, l’unica previsione che finora si è dimostrata affidabile è stata la sua imprevedibilità. Nei mesi è alternativamente peggiorata e migliorata. Spesso, appena in una zona sembrava finita, una persona malata che non era stata individuata o una sepoltura avvenuta in modo non sicuro l’ha riaccesa.

Ma finora il segnale più incoraggiante sono i promettenti risultati provvisori dei test clinici su un vaccino contro l’Ebola in Guinea, pubblicati qualche giorno fa. Anche se il vaccino da solo non potrà fermare l’epidemia, speriamo possa essere uno strumento in più per contribuire finalmente a bloccare il virus lungo le sue catene di trasmissione. 

Siamo più speranzosi che mai, ma l’idea di abbassare la guardia anche solo per un istante ci spaventa. L’obiettivo è di arrivare a zero pazienti per 42 giorni – due volte il periodo di incubazione del virus – dopo i quali un paese o un’area possono essere dichiarati Ebola-free.

Per raggiungere quel traguardo serve perseveranza, se non una totale testardaggine. Dobbiamo continuare a tracciare meticolosamente ogni persona che entra in contatto con un paziente affetto da Ebola, a identificare e gestire tempestivamente i nuovi casi, a garantire che le sepolture vengano effettuate in modo sicuro. 

La chiave del successo sta nel guadagnarsi la fiducia e la confidenza delle persone sul territorio. La nostra équipe di promozione della salute a Forécariah, in Guinea, mi ha riferito che dopo il riaccendersi dell’epidemia quest’estate si recano ogni giorno di casa in casa a spiegare a ogni famiglia come viene trasmesso il virus, quali sono i sintomi, cosa fare se qualcuno si ammala e come prendersi cura dei loro cari in modo sicuro. 

Quello che ci sentiamo dire nei villaggi può sorprendere dopo tutti questi mesi di lotta contro l’epidemia: il dubbio che l’Ebola esista davvero, le voci che venga diffusa dagli stranieri in “tute spaziali” o che possa essere curata con la medicina tradizionale. Ma prendersi il tempo di ascoltare e rispondere personalmente a questi dubbi ha dimostrato di funzionare.

La verità è che l’impatto dell’Ebola sarà molto più a lungo termine di quanto avevamo immaginato. I sistemi sanitari di Guinea, Liberia e Sierra Leone, già deboli prima dell’epidemia, sono devastati. Centinaia di operatori sanitari purtroppo sono morti. Allo stesso tempo i sopravvissuti hanno bisogno del nostro supporto in modo continuativo. Combattere il virus è stato solo il primo ostacolo che hanno dovuto superare. Ora devono affrontare complicazioni mediche che non comprendiamo ancora completamente, mentre continuano a subire stigmatizzazioni da parte delle loro comunità.

Quattro persone su dieci in Sierra Leone conoscono qualcuno che è morto, è stato posto in isolamento o è sopravvissuto al virus Ebola. Queste nazioni sono in lutto, ma continuano a dimostrare grandissimo coraggio e determinazione.

L’Ebola può essere uscita dai titoli principali, ma non è scomparsa. Non sappiamo quanto lontano sia il traguardo, ma sappiamo che per raggiungerlo tutti gli attori coinvolti nella risposta – sia nazionale che internazionale – devono concentrare i propri sforzi nel garantire la sua efficacia. Velocizzando l’impiego del nuovo vaccino nei paesi colpiti potremo contribuire a interrompere le catene di trasmissione e proteggere gli operatori che lavorano in prima linea. 

Le nostre équipe erano lì fin dall’inizio. 
Come dei maratoneti, rimarremo fino alla fine.

Dr. Joanne Liu, presidente internazionale di MSF

Notizie & Pubblicazioni correlate