6 Ottobre 2014

Sembra sia passata un’eternità da quel giorno. Ero appena arrivato nel Paese, il tempo di conoscere i colleghi, trovare il mio posto nell’ospedale. Ricordo ancora il brivido lungo la schiena. La risposta spontanea del corpo a qualcosa difficile da assimilare.

Primo caso di Ebola in Sierra Leone. La missione di esplorazione a Koindu, conoscere il nome della prima paziente, il suo lavoro, la sua vita. La prima persona a morire d’Ebola nel Paese. Da uno a otto. Otto amici, familiari, persone che le volevano bene. Cari che l’hanno assistita nella malattia e aiutata a passare a miglior vita secondo le loro tradizioni. Preparare il corpo, pulirlo, lavarlo. E così ammalarsi.

Poi altri amici, altre famiglie, altre persone. Qui è iniziata la nostra corsa contro il tempo per fermare la malattia così subdola che uccide chi si prende cura di te.

Abbiamo costruito un ospedale con dieci tende e ottanta posti letto. MSF ha impiegato centinaia di persone preparate a lavorare con i pazienti, a convincere interi villaggi della pericolosità della malattia e a spiegare come proteggersi. Ma i letti e le persone non sono stati sufficienti. L'Ebola c'ha superato!

Così ci siamo impegnati ad aprire piccoli centri in grado di accogliere persone provenienti da villaggi lontani e il nostro staff è aumentato. Ma non è stato sufficiente a impedire che la malattia arrivasse a Bo, la seconda città del Paese, a Freetown, la capitale, e in molti altri centri e villaggi. Ovunque.

Cerchiamo di aiutare gli ospedali governativi ma i loro mezzi non sono sufficienti per gestire un centro per il Trattamento dell'Ebola. Il caldo, le poche ore di sonno, la tensione, la paura. E quando inizio a raschiare le ultime energie arriva il momento dell’ennesimo passo: la costruzione del più grande ospedale del Paese, nella città di Bo.

Un amico mi porta a vedere un terreno comprato anni prima, sarebbe felice di donarlo a MSF. Ma è troppo piccolo. Di fronte, invece, c’è qualcosa che potrebbe andare.

Iniziamo. Chiediamo ai colleghi in Europa di mandarci tutto il necessario. Un’impresa locale per la costruzione delle strade ci aiuta con ruspe e bulldozer. Centinaia di persone accorrono dai villaggi per aiutarci, ne assumiamo duecento. Migliaia di mattoni, tonnellate di sabbia, cemento e pietra. Quando il sole non cuoce la pelle, le piogge torrenziali ci bagnano fino alle ossa. Lavoriamo dall’alba a mezzanotte. I ragazzi trovano riserve d’energia nelle loro famiglie, nei loro villaggi. Sono consapevoli, orgogliosi di contribuire a fermare questa malattia. Cantano per darsi ritmo, forza, scherzano per sentirsi uniti. Io mi appoggio a loro.

Tutti sono pronti a continuare, così decidiamo di restare uniti. I muratori lasciano da parte gli attrezzi per prendere spazzole e sapone nella nuova lavanderia. Le mani dei falegnami si coprono di guanti bianchi, poi verdi, una maschera, occhiali e una tuta gialla per il nuovo lavoro. O forse missione. La mia vita è nelle loro mani come la loro nelle mie. Non c’è margine d’errore una volta che siamo dentro.   Io ho fiducia. Abbiamo iniziato insieme come estranei. Abbiamo sudato, riso, faticato insieme. Gli ho spiegato come proteggersi, come lavorare. Loro hanno mostrato impegno, coraggio, amicizia.

Dopo quasi tre settimane siamo pronti. Abbiamo iniziato ad accogliere i primi pazienti. Ora sono molti di più.

Luca Fontana, logista MSF appena rientrato dalla Sierra Leone

 

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