22 Marzo 2017

Il 19 febbraio abbiamo aperto un ospedale traumatologico da campo con capacità chirurgica in un villaggio a sud di Mosul. È composto di due sale operatorie, un’unità di terapia intensiva, un pronto soccorso, un reparto di degenza e altre strutture di supporto. Le nostre équipe che lavorano all’interno dell’ospedale, composte principalmente da chirurghi, medici e infermieri iracheni, operano i casi più gravi e potenzialmente mortali (codice rosso), mentre chi può aspettare è trasferito in ospedali più lontani. Da quando è stata aperta, la struttura ha ricevuto più di 915 pazienti. Di questi, 763 avevano traumi dovuti alla guerra, 190 in “codice rosso” con necessità di interventi salvavita urgenti, 421 in “codice giallo” sono stati stabilizzati prima di essere trasferiti in altri ospedali della regione. Più di metà dei feriti erano donne (241 pazienti) e bambini al di sotto dei 15 anni di età (240 pazienti).

Di seguito le testimonianze di due chirurghi di MSF che lavorano nel centro traumatologico da campo, raccolte il 18 marzo.

Dr. Ahmed (nome di fantasia), chirurgo ortopedico iracheno che lavora per MSF dal 2008:  

“Ieri mattina abbiamo ricevuto una famiglia di 4 persone: una madre, un padre e due bambini. Erano stati feriti da una granata. La madre e il padre sono arrivati già morti e abbiamo lavorato giorno e notte per salvare i due fratelli. Ma il bambino più piccolo aveva delle ferite alla testa così gravi che non ce l’ha fatta. Siamo riusciti a salvare solo quello di 9 anni. Mi chiedo come è riuscito a sopravvivere e come farà adesso. Di tutta la famiglia è rimasto in vita solo lui.

Ieri pomeriggio abbiamo ricevuto un altro bambino, questa volta di 10 anni. È arrivato con la gamba sinistra quasi amputata da schegge di mortaio. Siamo andati direttamente in sala operatoria, ma aveva già perso molto sangue. L’abbiamo operato alla gamba per due ore, poi un mio collega ha fatto una laparotomia per un’altra ora, ma durante la notte è morto. 

Cerchiamo di fare tutto ciò che possiamo, ma a volte non è abbastanza. Se potessi, scatterei una foto di ciascun paziente di cui mi sono occupato per raccontare le loro storie e ricordarli. Qui opero solo i casi di codice rosso, ma vorrei fare di più. Mi piacerebbe seguire anche i casi di codice giallo, quelli che sono trasferiti in altre strutture. Vorrei prendermi cura di loro, per fare tutto ciò che posso per aiutare queste persone che hanno sofferto così tanto.”

 

Dr Reginald, chirurgo belga di 66 anni, al termine del suo ultimo turno nell’ospedale:

“Ho lavorato in molte guerre: Siria, Liberia, Angola, Cambogia, ma non ho mai visto niente di simile. In sala operatoria ogni caso che riceviamo è grave e quasi ogni giorno dobbiamo fare i conti con un alto numero di feriti.

Arrivano pazienti di ogni età e sesso e con ogni tipo di ferita di guerra: spari da cecchini, schegge di mortaio, bombardamenti aerei, mine e altri tipi di esplosione. Stanno tutti rischiando la vita per fuggire da una città sotto assedio.

Ieri il tempo era brutto, grigio, con nuvole e pioggia, e abbiamo ricevuto solo 20 feriti. Ma quando il tempo è buono uomini, donne e bambini feriti arrivano in numeri altissimi. Ora controlliamo anche le previsioni meteo per essere più preparati ad affrontare numeri elevati di feriti.

In un pomeriggio di sole, le ambulanze arrivavano una dopo l’altra. È stata davvero dura. Siamo stati costretti a trasferirne alcuni perché non c’era abbastanza spazio per curarli tutti. Abbiamo lavorato giorno e notte insieme a medici e infermieri iracheni. Abbiamo operato una persona dopo l’altra fino alle 5 del mattino. In tutto abbiamo trattato circa 100 pazienti, eravamo esausti. Da allora abbiamo aperto una seconda sala operatoria per aumentare la nostra capacità.

Al termine delle mie 6 settimane di missione, sono scioccato dal numero di famiglie distrutte da questa guerra. Dal numero di madri e padri che ci hanno implorato di salvare i loro figli perché erano gli ultimi membri della famiglia rimasti in vita. Sono colpito dalla forza degli iracheni. Niente sarebbe possibile senza l’aiuto dei nostri colleghi iracheni.”

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