8 Febbraio 2017

Oussama è un mediatore culturale che lavora con MSF a bordo dell’Aquarius, la nave che svolge operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo in collaborazione con SOS MEDITERRANEE. Qui racconta la storia di un ragazzo nigeriano di 17 anni di nome Jonathan conosciuto sulla nave.

“Avevamo appena finito il nostro salvataggio, il tempo di riprendere fiato e ci saremmo rimessi subito al lavoro. Ero contento che questa operazione fosse andata bene, senza problemi. Ne avevo bisogno. Nella mia ultima missione avevamo fatto un abbonamento con la morte. Fortunatamente da quando ho raggiunto l’Aquarius le cose stanno andando bene, la nostra squadra, sia quella di MSF sia quella di SOS Méditerranée sta lavorando alla grande, la complicità è ottima.

Appena ritornato a bordo della nave, ho iniziato il mio solito giro tra i nostri ospiti chiacchierando con loro. Così incontro Jonathan, un ragazzo nigeriano di 17 anni.

La prima cosa che noto è l’enorme cicatrice che ha sul polso. Cominciamo a parlare del più e del meno, dalla Coppa d’Africa di Calcio fino alla sua traversata del Mediterraneo. Guadagno la sua fiducia e lui si confida con me e decide di raccontarmi la sua storia.

Jonathan inizia così: “ E’ una lunga storia, quello che ho patito è inimmaginabile per un ragazzo della mia età!”. Piano piano Jonathan si lascia andare aprendosi ancora di più. Lui, purtroppo, non è stato in grado di studiare a causa della povertà della sua famiglia. E’ cresciuto quasi senza madre mentre suo padre è morto un anno fa: “Ero lontano quando mio padre è deceduto. Ero in Marocco. Sono partito dalla Nigeria tre anni e sette mesi fa. Ho cercato di sopravvivere vendendo pomodori ma alla fine non ce la facevo più”.

Così seguendo i passi di alcuni connazionali ha lasciato il Marocco per andare in Libia. Comincia qui una fase tremenda della sua vita.

“Sono arrivato a Sabratha e ho iniziato a lavorare come facchino ma subito dopo sono stato inghiottito da un inferno senza inizio e senza fine. Un giorno per la strada sono stato malmenato, calpestato, derubato e picchiato a sangue da un gruppo di libici. E come se non bastasse mi hanno rapito e tenuto in ostaggio per quasi due mesi”.

Con gli occhi lucidi, lo sguardo un po’ perso e un po’ diretto verso il vuoto, Jonathan sospira, smette di parlare poi riprende con più rabbia: “Mi hanno portato all'interno di una casa con un grande cortile. Mi hanno chiuso dentro una stanza. Eravamo una sessantina lì dentro, si respirava a mala pena, c’era soltanto un finestrino piccolo”.

Jonathan continua a descrivermi ciò che ha sofferto, cercava di ricordarsi tutti i dettagli e imitando a volte i gesti dei suoi rapitori: “Avevano tutti dei kalashnikov, entravano da noi e tiravano a sorte delle persone e le picchiavano forte… Più gridi più forte picchiano. A volte sparavano in aria per terrorizzarti. Ti chiedevano i soldi e se non ne avevi il tuo destino era segnato!”.

Ascoltavo Jonathan e cercavo ad immaginare, provavo a vedere ma ad un certo punto non riuscivo più. Anche se ti ritieni forte arriva un attimo in cui non ce la fai più!

“Continuavano a picchiarmi ogni due giorni, con le mani, i calci dei loro fucili e con i bastoni, poi hanno aumentato l’intensità e hanno iniziato a bruciarmi con le sigarette e in seguito con la saldatrice a fuoco. Non puoi difenderti, la tua unica difesa sono le tue lacrime!”.

Ad un certo punto Jonathan alza le maniche della sua tuta, abbassa lo sguardo sulle cicatrici che ha sui polsi, le fissa per un lungo istante e mi guarda: “Un giorno… Sicuramente il giorno più brutto della mia vita dopo la morte di mia madre, gli scagnozzi sono arrivati e senza che me ne accorgessi mi hanno colpito e mi sono trovato a terra. Mi hanno legato con dei fili di ferro, hanno stretto troppo forte sui miei polsi e sulle caviglie. Ero una preda facile per la loro sete di sangue, mi hanno picchiato senza fine e bruciato (mi mostra le cicatrici lungo il suo corpo).”

Jonathan è rimasto legato a terra per qualche ora e anche se ora è salvo sulla nostra nave, continua a soffrire. Ha problemi alla caviglia sinistra e cammina a stento.

Questa è solo una goccia d’acqua nel mare di storie che sentiamo a bordo. Una cronaca di un giorno ordinario a bordo dell’Aquarius.”

Oussama Omrane, mediatore culturale

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