24 Luglio 2014

Con Barbara, Kathleen e altri parlo francese. Con Alejandra e Miguel spagnolo. Con Yuma ed Esther qualche parola di swhaili. Inglese tutto il giorno. La babele di lingue e la tastiera inglese non mi aiutano certo a scrivere qualcosa di buono in italiano. Mi chiamo Luca e da quasi due mesi mi trovo nel calore della Sierra Leone.

Lavoro come esperto di potabilizzazione dell’acqua (watsan manager) tra l’ospedale pediatrico di Gondama, l’ufficio di Bo e la coordinazione di Freetown. Sono arrivato qui dopo quasi quattro anni tra Congo, Rwanda, Uganda e Perù.

Ma ogni missione è unica e speciale. 

L’ospedale pediatrico a Gondama

L’ospedale pediatrico è un progetto di lunga data. Essendo nato come campo profughi non si trova a Bo, la seconda città del Paese, ma a Gondama, un piccolo villaggio a poche miglia dalla città. L’ospedale è a pochi passi dal centro, il mercato.

All’ingresso dei bassi reparti la vita ha la stessa intensità di sempre. Donne che lavano i vestiti dei bambini chiaccherando tra loro a voce alta, uomini seduti in cerchio discutono mangiando da un solo piatto, ragazze giovani con il viso invecchiato si scambiano favori pettinandosi a vicenda. Nonostante i rumori, le grida e i profumi si sente che qualcosa manca. Bambini.

I nostri 200 letti spesso non bastano. Tra i reparti abbiamo rubato spazio per le tende bianche. All’interno le voci restano basse. I pochi bambini che riescono a camminare non hanno ancora la forza per giocare. Restano vicini ai letti, spesso una mano ancorata al ferro bianco per non cadere. 

L’ospedale è l’ultima scelta. Prima c’è la vecchia del villaggio, nel caso abbiano qualche risparmio la curatrice, qualche erba, piccole incisioni sulla pelle per far uscire il male. Sono quasi dieci anni che siamo qui.

In dieci anni una goccia d’acqua può scavare una grotta. Forse le idee sono più dure ma il fatto non cambia. I bambini continuano ad arrivare tardi, spesso troppo tardi. Per fortuna anche la gente che lavora con noi è dura come le idee. Ogni giorno una lotta silenziosa, spesso lunga, a volte contro qualcosa che nemmeno riusciamo a definire. I risultati però arrivano. Li vediamo rincorrere una vecchia ruota tra i muri bianchi dei reparti, li sentiamo ridere e gridare con la voce cristallina che solo i bambini hanno. Momenti che riescono a ripagare tutti gli sforzi fatti, le frustrazioni e i capelli bianchi. 

Emergenza Ebola

Stavo quasi per trovare il mio equilibrio quando è arrivata la notizia. Un caso di Ebola confermato a Koindu. Un piccolo villaggio vicino al confine con la Guinea. Mi viene chiesto di partire con un logista e una dottoressa per valutare la situazione.

La voglia di dimostrare a me stesso di essere un professionista nella giusta organizzazione, la responsabilità che pesa su chi ha gli strumenti per intervenire, un tocco di curiosità e una buona dose d’incoscienza, come direbbe mia nonna, mi convincono ad accettare. Nel giro di poche ore la “filovirus haemorrhagic fever guideline” diventa la mia lettura preferita. Tutta l’esperienza di MSF, dei migliori esperti al mondo, racchiusa in 150 pagine e due soffici copertine rosse.

La stessa sera carichiamo tre macchine per il viaggio. Tutti in ufficio si muovono decisi, effecienti, pronti per sostenerci. Le macchine quasi scompaiono sotto il peso delle tende da campo, centinaia di scatole di medicinali, secchi di cloro e strumenti vari. Non sono ancora passate 12 ore dalla conferma del primo caso e noi siamo pronti. Un team per valutare la situazione e centinaia di articoli per sostenere i piccoli centri di salute coinvolti. 

Dopo quattro giorni di missione tutti quanti concordiamo che la situazione non potrà che peggiorare. I villaggi sono vicino al confine con la Guinea dove da marzo è in corso l’epidemia di Ebola. 

Scopriamo che la presenza del virus in Sierra Leone è dovuta a un funerale. Cosa abbastanza comune in questo genere di epidemie. Alla morte di una famosa guaritrice tradizionale molte donne hanno participato al funerale. Qui la tradizione vuole che il defunto venga lavato dai conoscenti dello stesso sesso e che venga commemorato con pianti, abbracciando il corpo. La famosa guaritrice era morta giusto dopo un viaggio in Guinea per assistere una paziente affetta da Ebola. Dagli abitanti dei villaggi veniamo a conscenza dei nomi delle donne che hanno partecipato al funerale. E qui è iniziata la lotta per fermare l’epidemia. 

Luca, esperto MSF di potabilizzazione dell'acqua in Sierra Leone

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