6 Ottobre 2016

Carla Patrizia Dani, ostetrica di Padova, lavora da tre anni con MSF e racconta la sua esperienza di tre mesi nel campo di profughi siriani chiamato Berm, una striscia di terra immersa nel deserto al confine tra Giordania e Siria, dove più di 75.000 profughi vivono ormai da lungo tempo senza alcun accesso alle cure mediche. Dopo un attacco bomba al campo, il 21 giugno scorso, in cui sono morti 7 soldati giordani, il governo giordano ha deciso di chiudere i confini con la Siria e da allora l’équipe di MSF non può più portare cure mediche ai rifugiati. La testimonianza di Carla:

Quando sono arrivata a maggio scorso, andavamo al campo profughi con tre camion, attrezzati ad ambulatori mobili, cinque auto e tutta l’attrezzatura medica per offrire assistenza sanitaria di base e cure per la salute materno-infantile. Come ostetrica, mi occupavo di visitare le donne in gravidanza, con il servizio di cure prenatali e post natali, e quelle con problemi ginecologici, come vaginiti, cistiti, dismenorrea. Nel campo vivono soprattutto famiglie, il 75% delle persone presenti sono donne e bambini. Molti raccontavano con orgoglio delle loro città di origine: “io sono di Palmira, una città meravigliosa, deve venire a trovarmi quando la guerra finirà!”.

Spesso le persone condividevano con noi terribili racconti di violenze e torture…come se non bastasse aver vissuto l’incubo quotidiano delle bombe che ti piovono addosso ogni giorno. Mi dicevano che piuttosto che vivere in guerra, preferivano stare lì bloccati nel nulla del deserto in una tenda, senza sapere quale sarebbe stato il proprio futuro, con cibo e acqua razionati. Il continuo vento e le tempeste di sabbia del deserto hanno reso la loro pelle simile a quella delle lucertole. Al Berm le temperature arrivano anche a 50 gradi d’estate mentre gli inverni possono essere molto rigidi.

Ho incontrato anche medici siriani, fuggiti con le proprie famiglie, che condividevano con noi la frustrazione di non poter aiutare nessuno nel campo, perché nessuna medicina può entrare. Anche noi potevamo assistere le persone soltanto in orari strettamente stabiliti dalle autorità locali, poi dovevamo andare via. Un giorno è arrivata una donna in travaglio avanzato e fortunatamente ha partorito prima che dovessimo ripartire. È nata una bellissima bambina di più di 3 kg, la mamma ha deciso di chiamarla come l’ostetrica locale che lavorava con me “Sabrine”. Siamo riuscite a visitare la piccola e la mamma e l’abbiamo assistita nella prima poppata. È stata la soddisfazione più grande di questi mesi di lavoro al Berm: vedere nascere una nuova vita persino su un camion nel deserto.

Il 21 giugno mentre eravamo lì ad assistere i pazienti come ogni giorno, sono iniziati gli spari che arrivavano dappertutto. Ho detto a tutti i pazienti e ai colleghi di buttarsi a terra. Il tutto è durato dieci minuti, poi la situazione sembrava tornata alla calma e abbiamo chiesto di poter tornare a lavorare. Ma purtroppo gli spari sono iniziati di nuovo e a quel punto nel caos generale abbiamo dovuto fuggire tutti. Stavo visitando una donna che aveva una forte ipertensione che può essere molto pericolosa per donna e bambino. Ma non sono riuscita a darle nulla di più che un paio di compresse. L’ho vista fuggire via e non saprò mai quello che le è accaduto in seguito.

Questa è sicuramente la frustrazione maggiore per un operatore sanitario: sapere che lì ci sono centinaia di donne e bambini che necessitano del nostro aiuto e non poterli assistere. Purtroppo non abbiamo più notizie di cosa stia accadendo nel campo. Nei mesi successivi, mentre attendevamo con ansia ogni giorno il via libera per poter tornare al campo, abbiamo avviato dei corsi di formazione per lo staff locale, abbiamo preparato dei kit da poter distribuire ai medici nel campo, ma quel via libera non è mai arrivato.

Un ricordo bello che porterò sempre con me è quando stavo visitando una ragazza che indossava degli orecchini bellissimi, le ho fatto i complimenti e lei subito me li ha donati. Li ho indossati subito e li tengo con me come un prezioso ricordo della bellissima umanità che ho incontrato nella desolazione di quel deserto.

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