26 Giugno 2017

Ci sono stati periodi in cui mi sono trovata a visitare gli stessi pazienti per settimane e settimane. Nella sala d’attesa dell’ambulatorio rivedevo sempre gli stessi volti. Si lamentavano di mal di testa, dolori diffusi e difficoltà a dormire. Li visitavo, prescrivevo la terapia ma sembrava che nulla funzionasse. La settimana successiva tornavano con gli stessi disturbi. E’ stato solamente quando uno psicologo mi ha detto che uno dei miei pazienti era stato torturato che ho finalmente realizzato di aver capito ben poco: quei pazienti chiedevano aiuto con le uniche parole che avevano a disposizione e io, pur avendo letto tanto sulla tortura, non ne avevo riconosciuto le conseguenze stese proprio lì, sul lettino medico di fronte a me. Mi sono vergognata e mi sono sentita incapace di rispondere ai bisogni dei miei pazienti.

Nel 2017, nonostante la tortura esista ancora in molti Paesi, la comunità medica è ancora largamente impreparata a riconoscerne le vittime fra i pazienti. Il fenomeno resta virtualmente assente dai curricula accademici delle facoltà di medicina. La società intera conosce solo quello che viene mostrato nei film e nelle serie televisive, dove la tortura è spesso presentata come uno strumento legittimo per estorcere informazioni, nonostante gli studi in materia dimostrino che le confessioni ottenute in questo modo non sono attendibili.

Ciò che è vero è che oggi la tortura è ampiamente utilizzata in tutto il mondo. Essa ha come obiettivo la distruzione psicologica e fisica dell'individuo; mina la fiducia della persona nell'umanità, scardinando tutti i suoi legami con la società. Elettrodi applicati alle dita delle mani, dei piedi e ai genitali, stiramento estremo degli arti in posizioni innaturali allo scopo di strappare le articolazioni, percosse, violenze sessuali ripetute, talvolta con l'utilizzo di oggetti, privazione della luce, esposizione a rumori forti continui, bruciature, finte esecuzioni, water boarding. Questa lista non è esaustiva e non potrebbe esserlo dal momento che nuovi metodi di tortura vengono ideati in continuazione. La disumanità è creativa.

Spesso la tortura non lascia segni fisici ma il corpo diventa il contenitore di una persona spezzata, la cui anima è segnata da infiniti lividi. Dall'esterno il corpo può sembrare sano  ma all'interno nasconde innumerevoli frammenti di cristalli infranti. Quando sopravvivono, le vittime di tortura si ritrovano spesso alienate da tutto e tutti. Per questi uomini, donne e bambini descrivere la disumanità non è soltanto difficile ma è anche inutilmente doloroso se l’interlocutore  non è ricettivo, se non è pronto a credere a ciò che sente e non vuole condividere il carico di sofferenza. Niente fa più male che fidarsi di qualcuno, raccontare la propria storia e trovarsi di fronte l’indifferenza.

Come Medici Senza Frontiere abbiamo incontrato vittime di tortura nelle nostre sale d'attesa per oltre quarant’anni, e continuiamo a farlo, in zone di guerra, ma non solo. In molti casi abbiamo curato soltanto le ferite fisiche, senza sapere cosa i pazienti avessero veramente subito. Da tre anni MSF gestisce centri di riabilitazione specifici per le vittime di tortura sulle principali vie migratorie. I nostri pazienti sono accolti in un ambiente sicuro da équipe multidisciplinari di psicologi, medici, assistenti sociali, fisioterapisti e mediatori culturali. Il percorso verso la riabilitazione è lungo e difficile ma ristabilisce lentamente la fiducia della persona negli altri e aiuta a curare il corpo e l'anima. Il lavoro di MSF, però, è una goccia nell'oceano.

Nel 2016 abbiamo fornito assistenza specializzata a oltre 1400 vittime di tortura. Abbiamo ascoltato le loro storie, nei limiti entro i quali volessero condividerle, ma ci sono migliaia di altre vittime che non siamo riusciti a raggiungere. Fra le persone che soccorriamo nel Mediterraneo, si stima che il 30% abbia subito torture e altre forme di maltrattamenti. Fra di loro ci sono molte donne, ma anche uomini, che hanno subito violenze sessuali durante il viaggio. La maggior parte di queste persone non ha accesso ad alcun servizio di riabilitazione, perché questi sono pochi e sottodimensionati. Inoltre molto spesso le loro specifiche vulnerabilità non sono riconosciute e conseguentemente rimangono inattese. 

Ogni giorno, noi di Medici Senza Frontiere incontriamo le vittime di atrocità inenarrabili. Abbiamo deciso di stare al loro fianco. 

 
Federica Zamatto, Vice-coordinatrice delle operazioni per la migrazione di Medici Senza Frontiere
 
editoriale pubblicato su Huffington Post, in data 26/06/2017

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