10 Ottobre 2013

Sono le 22 passate all’ospedale MSF di Chatuley a Léogâne, Haiti. Viene somministrato ossigeno a un bambino di due anni, in coma profondo in seguito a un trauma cranico. Sta per lasciarci, e il pediatra e due infermieri lo guardano disperati. Un’altra infermiera lo accarezza con amore per confortarlo mentre sta per lasciare questo mondo. Poi, all’improvviso, il bimbo se ne va. Non c’era più nulla che avremmo potuto fare per salvarlo, il suo destino era segnato, ma la caposala ha le lacrime agli occhi; lo prende tra le braccia e lo porta dalla madre. Anche la madre è in terapia. Per un attimo tutto tace. Per lo shock, la donna ha bisogno di qualche minuto per rendersi conto di quanto è avvenuto, poi scoppia in lacrime e il personale accanto a lei rimane in rispettoso silenzio. In quel momento sembra che il mondo si sia fermato. Tutto intorno a noi è immobile, tranne le lacrime che ci rigano le guance.

Qualche ora prima…

È una bella mattina di sole a Léogâne. È martedì e mi aspetta una giornata impegnativa: lunghi incontri con le équipe per discutere i nostri obiettivi e i risultati raggiunti sinora, per organizzare le attività per il prossimo mese e le strategie per l’anno che ci aspetta. A fine giornata, per tornare a casa, imbocchiamo una scorciatoia. Quando passiamo davanti a una famiglia che vive in un riparo di fortuna, un uomo ci fa segno di fermarci. Presumo che voglia chiedere assistenza medica e sono sollevato sapendo di avere un medico a bordo. In realtà l’uomo vuole manifestarci la sua gratitudine e ringraziarci per il nostro lavoro con un piccolo dono: un frutto. Arriviamo a casa, felici per quel piccolo ma toccante gesto, e lo condividiamo con il resto dell’équipe. Sembra che si prepari una serata piacevole … almeno è quello che crediamo.

Alle 19.45 sento delle sirene in lontananza, ma prima che possa chiedere che cosa stia succedendo, una guardia arriva di corsa e ci informa che l’ospedale ha appena trasmesso un messaggio via radio. C’è stato un incidente stradale con feriti non gravi. L’équipe dell’ospedale dovrebbe essere in grado di gestirli. Qualche minuto dopo, alle 20, due chirurghi, un infermiere e l’anestesista ricevono una chiamata: sono richiesti in sala operatoria. Alle 20.25 mi dicono che il numero dei feriti potrebbe essere superiore a quanto avevamo creduto all’inizio.

Arrivo in ospedale alle 20.33. Mezzi di trasporto e ambulanze del servizio sanitario pubblico e della Croce Rossa haitiana sono in fila davanti al pronto soccorso carichi di feriti. I barellieri sono sommersi dal lavoro. Sono appena arrivati più di 30 feriti e altre ambulanze sono in arrivo.

Servono rinforzi!

Mi attivo in fretta per spostare i veicoli e lasciare posto a quelli in arrivo, poi mi dirigo verso il pronto soccorso. Ci sono feriti ovunque in attesa di essere visitati. Il chirurgo mi dice che hanno bisogno di personale per accogliere i feriti che devono arrivare da un momento all’altro. Afferro il cellulare per chiamare la base, ma trovo decine di messaggi dell’équipe che chiede se possono essere d’aiuto. Digito: “Emergenza/molti feriti gravi/serve supporto /tutti al lavoro!” Risposta: “Messaggio ricevuto, l’équipe al completo è già in strada”.

Torno dentro e incontro una collega di un’altra organizzazione che mi aggiorna su quanto è successo. Due grandi camion si sono scontrati, entrambi carichi di passeggeri ammassati all’inverosimile – devono essere almeno 60 o 70 le persone coinvolte. L’incidente è avvenuto vicino Gressier, sulla strada principale tra Port-au-Prince e Léogâne. La strada è stata chiusa per poter evacuare i feriti e spostare i camion. Questo significa che l’ospedale Chatuley di MSF è l’unica struttura sanitaria accessibile.

Alle 20.38 un veicolo di MSF arriva con i rinforzi e scarica medici, infermieri, ostetriche ed esperti in logistica. È arrivato tutto il team internazionale, concentrato e deciso. “Mettici al corrente della situazione e dicci cosa dobbiamo fare!” Riassumo in fretta: “Ci sono feriti di ogni genere – 30 persone – altre in arrivo. Per i medici: il medico e i chirurghi d’urgenza hanno priorità, seguite le loro istruzioni. Logisti: seguitemi”. Ho appena finito di parlare quando vedo arrivare altre persone: lo staff sanitario haitiano. Erano in pausa, ma quando hanno sentito la notizia hanno mollato tutto e sono tornati. Sono in attesa di istruzioni, non ho neanche dovuto chiamarli.

Da quel momento fervono le attività, senza stress, né panico, solo una vibrazione positiva nell’aria. Ognuno conosce il proprio ruolo e il proprio posto, senza grida né trambusto, solo azione. Questo atteggiamento tranquillizza i feriti e i loro parenti in ansia, che devono aspettare a debita distanza. Le persone si fidano di noi.

Tutto si ferma per un istante

Alle 22.30 arriva una nuova ondata di feriti e non è una bella visione. Facciamo il punto della situazione e ci diamo da fare, anima e corpo, con determinazione e professionalità. Verso le 23 perdiamo i casi più gravi, sinora quattro. Non possiamo cedere al turbamento; dobbiamo attivare le nostre difese emotive e continuare il lavoro.

Alle 23.15 il bimbo di due anni muore tra le carezze dell’infermiera. Silenzio. Vedo le lacrime mute dell’infermiera mentre lo porta dalla madre perché possa stringerlo tra le braccia un’ultima volta. In quel momento tutto si ferma.

Alle 23.30 il medico urgentista annuncia rassicurante: “I pazienti sono stabili e pronti a essere messi sotto osservazione”. Tutti entrano in azione. Non importa se sei barelliere, chirurgo, medico o addirittura non appartieni allo staff sanitario: in questo momento tutti aiutiamo a trasportare barelle. Il trasferimento inizia.

Sulla via del ritorno

È passata la mezzanotte, abbiamo appena il tempo di pulire e riordinare prima di tornare a casa. In macchina il team osserva un momento di silenzio, ci scambiamo uno sguardo e improvvisamente, come un uomo solo, scoppiamo tutti a ridere, orgogliosi. “Ragazzi”, dice qualcuno, “43 feriti, metà dei quali gravi e a rischio di morte, e noi li abbiamo salvati”. “Sì, ce l’abbiamo fatta!”, risponde qualcuno.

Andiamo a dormire sollevati, perché domani è un altro giorno. Dovremo occuparci delle visite di controllo dei feriti, e dei trasferimenti in altri ospedali di MSF a Port-au-Prince. Dovremo anche occuparci della procedura di identificazione dei morti con il giudice di pace, e accogliere e sostenere le famiglie dei deceduti senza provocare il blocco dell’ospedale. Farò un resoconto al nuovo pediatra che è appena arrivato e si è trovato nel bel mezzo della risposta all’emergenza. So già cosa dirò: “Grazie per tutto quello che hai fatto ieri e per tutto quello che dovrai ancora fare. Del resto, su questo si fonda MSF!”

 

Dal 2010, MSF gestisce l’ospedale di Chatuley a Léogâne, a circa 30 km da Port-au-Prince, capitale di Haiti. L’ospedale fornisce gratuitamente assistenza sanitaria d’emergenza 24 ore al giorno.

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