L’insorgenza e la diffusione della difterite mostra quanto i rifugiati Rohingya siano vulnerabili. La maggior parte di loro non è mai stata vaccinata e, inoltre, in Myanmar l’accesso alle cure mediche di base, incluse le vaccinazioni, è estremamente limitato per loro.

3 Gennaio 2018

La difterite, una malattia a lungo dimenticata nella maggior parte del mondo grazie all’aumento dei tassi di vaccinazione, sta ricomparendo in Bangladesh dove dal 25 agosto più di 655.000 Rohingya sono fuggiti in cerca di un rifugio con la violenza in continuo aumento in Myanmar. Il 21 dicembre, abbiamo riscontrato nelle nostre strutture sanitarie più di 2.000 casi sospetti e questo numero cresce di giorno in giorno. La maggior parte dei pazienti ha tra i 5 e i 14 anni.

“Sono rimasta molto sorpresa quando ho ricevuto quella prima chiamata da un medico della clinica che mi diceva di un caso sospetto di difterite”, dichiara Crystal VanLeeuwen, coordinatore medico di MSF per l’emergenza in Bangladesh. “’Difterite?’, ho chiesto, ‘Sei sicuro?’ Quando lavori in un contesto con persone rifugiate devi sempre tenere alta l’attenzione riguardo le infezioni, le malattie prevenibili con i vaccini come, ad esempio, il tetano, il morbillo e la polio, ma la difterite non te l'aspetti”.

La difterite è un’infezione batterica contagiosa che spesso causa la comparsa di una membrana grigiastra e gelatinosa che si insedia nella gola o nel naso. L’infezione è nota per causare l’ostruzione delle vie respiratorie e danneggiare il cuore e il sistema nervoso. Il tasso di mortalità aumenta senza l’antitossina difterica (DAT). Essendoci una generale scarsità di DAT, arrivata inoltre in quantità limitata in Bangladesh solo un paio di settimane fa, la probabilità di un'emergenza sanitaria pubblica incombe, minacciando una popolazione sfuggita alla violenza e che ora si trova di fronte a un altro pericolo: un'epidemia della malattia.

“Il primo caso sospetto che abbiamo identificato era una donna di circa 30 anni”, spiega VanLeeuwen.”Era arrivata nella nostra struttura i primi di novembre e l’abbiamo curata con degli antibiotici. Ha lasciato l’ospedale per poi tornare da noi solo dopo cinque settimane. Sentiva le braccia intorpidite, poteva stare a malapena in piedi e aveva difficoltà a deglutire. A quello stadio della malattia era troppo tardi per darle la DAT”.

Ad oggi, ci sono meno di 5.000 fiale di DAT in totale. “Non è abbastanza per curare tutti e siamo costretti a prendere delle decisioni estremamente difficili”, prosegue VanLeeuwen. “È diventata una questione etica e di parità”.

L’insorgenza e la diffusione della difterite mostra quanto i rifugiati Rohingya siano vulnerabili. La maggior parte di loro non è mai stata vaccinata e, inoltre, in Myanmar l’accesso alle cure mediche di base, incluse le vaccinazioni, è estremamente limitato per loro. Bastano poche gocce di sudore per trasmettere la difterite che si diffonde molto facilmente in un contesto come quello di un campo rifugiati dove le persone vivono in condizioni di sovraffollamento, ammassati uno sull’altro.

Abbiamo reagito alla rapida diffusione della difterite attraverso la conversione di una delle sue strutture ospedaliere materno-infantili nell’insediamento informale di Balukhali, insieme a quella vicino a Moynarghona – a qualche giorno dalla sua apertura - in centri di trattamento per la difterite.

Abbiamo inoltre allestito un centro di trattamento a Rubber Garden, che in precedenza era stato un centro di transito per i nuovi arrivati. I posti letto disponibili sono oggi 415. Al fine di prevenire l’ulteriore diffusione della malattia, le nostre équipe stanno anche effettuando il tracciamento e il trattamento delle persone che all’interno della comunità potrebbero essere entrate in contatto con la malattia. Appena un caso di difterite viene identificato, un’équipe visita l’intera famiglia, fornisce gli antibiotici e perlustra l’area per individuare ulteriori casi da trasferire e curare.

Per contenere la diffusione delle malattie, è necessario assicurare la copertura vaccinale nel minor tempo possibile. Il ministero della Salute e del Welfare familiare, con il sostegno di altri enti, ha da poco intrapreso una campagna di vaccinazione di massa, che MSF ha supportato attraverso punti di riferimento all’interno delle nostre postazioni mediche.

Le sfide restano aperte

I Rohingya sono scampati alle violenze ma ora devono affrontare il pericolo delle malattie infettive. Una persona non vaccinata può ottenere l’immunità dopo un minimo di due vaccinazioni, somministrate a distanza di quattro settimane. Ricordiamo che si tratta di una popolazione che sa poco o nulla circa i benefici dei vaccini. Già meno di un mese fa, i Rohingya erano stati protagonisti di una campagna di vaccinazione contro il morbillo. Molti di loro non comprendono come mai abbiano bisogno di un ulteriore vaccino. Comunicare con la popolazione è di fondamentale importanza per assicurare una buona copertura vaccinale. MSF sta anche provando ad accertarsi che tutti i rifugiati da poco arrivati siano vaccinati prima di essere ricollocati nei campi. Tuttavia, data la quantità di tempo necessaria a completare le vaccinazioni e in assenza di un posto dove i rifugiati possano essere momentaneamente accolti, si tratta di un’enorme sfida.

Come organizzazione medico-umanitaria, siamo posti anche di fronte a un dilemma. “Anche prima della difterite, c’era una grossa carenza di disponibilità di posti letto per i malati. Ora siamo costretti a convertire i posti letto già scarsamente disponibili in centri di trattamento e isolamento ad hoc da destinare ai soli pazienti affetti da difterite”, spiega Crystal VanLeeuwen.

“Non solo i pazienti sono privati della possibilità di accede alle cure di routine ma ciò sta anche generando una riduzione di spazio e personale disponibili all’interno di strutture per malati non-difterici. Le équipe si stanno adattando alla situazione che cambia rapidamente ma noi tutti affrontiamo nuove sfide ogni giorno”.

“Questi casi di difterite vanno ad aggiungersi all’epidemia di morbillo già in corso e all’enorme carico di bisogni medici generali e d’emergenza che affliggono molte di queste persone”, dichiara Pavlos Kolovos, capomissione di MSF in Bangladesh.

“Queste persone sono già deboli, perché arrivano senza quasi alcuna copertura vaccinale. Ora si trovano a vivere in un campo densamente popolato, con condizioni igieniche e idriche misere. Finché questi problemi continueranno a manifestarsi e ad aumentare, noi saremo costretti a fronteggiare continuamente focolai di ulteriori malattie, non solo di difterite”, conclude il capomissione.

Il nostro intervento in Bangladesh

MSF ha iniziato a lavorare in Bangladesh nel 1985. Nei pressi dell’insediamento informale di Kutupalong nel distretto di Cox’s Bazar, e a partire dal 2009, MSF gestisce una struttura sanitaria e una clinica che offrono assistenza sanitaria di base e d’emergenza, oltre a servizi di ricovero e laboratorio per i rifugiati Rohingya e per la comunità locale. In risposta all’afflusso di rifugiati che ha coinvolto la zona di Cox’s Bazar, MSF ha significativamente aumentato la sua presenza nell’area, con attività di carattere igienico-sanitario e mediche.

MSF opera anche in altre zone del Bangladesh, come nella baraccopoli di Kamrangirchar, nella capitale Dacca, dove si occupa di salute mentale, assistenza sanitaria alla nascita, consultazioni prenatali e relative alla pianificazione familiare, oltre a un programma di salute per i lavoratori delle fabbriche.

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