14 Luglio 2009

S., ragazza, 15 anni, Quibdo – Colombia

Quell’uomo abitava accanto a noi. Usavamo lo stesso bagno, era in comune. Quel giorno io ero a casa da sola, era mattina, prima di uscire per andare a scuola. Mi stavo lavando, lui mi ha vista ed è entrato in casa. Mia sorella più piccola aveva rotto la spina del televisore così lui mi ha detto di entrare in casa sua per guardare la TV. Allora ho portato una sedia e appena mi sono seduta lui mi si è avvicinato, ha afferrato le mie braccia e ha cercato di farmi sedere sul letto. Gli ho risposto che non volevo sedermi sul suo letto perché era irrispettoso. Insisteva e alla fine l’ho fatto: mi sono seduta sul suo letto. Mi è saltato addosso e ha cominciato a tenermi ferme le mani, io allora ho detto: “Non farlo!”

Non volevo raccontarlo a nessuno, ma ho cominciato a stare molto male e a vomitare di continuo. Mi dava la nausea l’odore del cibo, persino l’odore dei fiori al matrimonio di mia sorella mi faceva stare male, poi mia sorella maggiore e mia madre hanno deciso di portarmi da un medico. Durante la visita il dottore mi ha fatto un test e mi ha detto che ero incinta. Mia sorella mi ha chiesto di chi fosse il bambino e io continuavo a dire di non saperlo. Poi mi ha chiesto dell’uomo che abitava accanto a casa nostra e io ho vomitato immediatamente. Mia madre è scoppiata a piangere e io con lei. Allora ho raccontato loro cosa era successo, che mi aveva preso con la forza dopo avermi costretto a sdraiarmi sul letto.

Dopo aver saputo che ero incinta ero distrutta: quell’uomo aveva abusato di me e tutto era finito con una gravidanza! Lo odiavo e piangevo tutto il giorno, non volevo tenere quel bambino. L’unica cosa che volevo era continuare i miei studi, avere un figlio a 13 anni avrebbe distrutto tutti i miei sogni; ma non era una decisione facile da prendere.

Non volevo nemmeno andarmene di casa, le persone mi passavano accanto e mi guardavano incuriosite: tutti sapevano che ero stata violentata. Ho anche pensato di suicidarmi. Dopo quello che era successo, alcune di quelle che prima erano le mie amiche hanno iniziato a chiamarmi “la ragazza dell’aborto”. A scuola nessuno voleva sedersi accanto a me e quando dovevamo svolgere attività di gruppo nessuno mi voleva all’interno del proprio gruppo. Anche una delle mie insegnanti mi disprezzava: diceva che era sbagliato interrompere la gravidanza. Tutto questo non mi piaceva, non mi piaceva che le persone mi giudicassero, perciò ho deciso di cambiare scuola. Ero una studentessa molto brava.

Oggi, una parte di me è felice perché ho potuto continuare i miei studi, la cosa più importante per me; ma l’altra parte è triste per tutto quello che è successo. Ho un nipotino piccolo e quando vedo che tutti lo abbracciano e lo accarezzano, ripenso al bambino che non ho avuto.

Il mio vicino di casa è scomparso. Ho avuto l’impressione di averlo visto una volta sull’autobus mentre andavo a scuola, ma non sono sicura che fosse lui. Stava camminando lungo la strada con una donna e un bambino, quindi forse ha un figlio. Quando l’ho visto, il mio cuore ha cominciato a battere freneticamente. Ero nervosa e sentivo tutta quella rabbia riaffiorare.

Sono passati due anni da quel terribile giorno, ma voglio ringraziare Medici Senza Frontiere per il supporto psicologico che mi sta dando e per avermi dato la forza di raccontare questa storia. Ora mi sento forte e voglio che tutti sappiano cosa mi è accaduto.

 

Leggi la sintesi di "Vite spezzate" il rapporto di MSF sulla violenza sessuale >>

 

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