31 Maggio 2017

I casi di colera in Yemen continuano ad aumentare: secondo le cifre dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), alla data del 29 maggio, sono stati più di 50.000, riportati in 19 governatorati su 22.

Le precarie condizioni igienico-sanitarie e l’assenza di acqua potabile, dovute al conflitto in corso, aumentano la vulnerabilità della popolazione. Le persone contraggono più facilmente il colera, in particolare se soffrono di malnutrizione acuta e cronica, e hanno sempre maggiori difficoltà ad accedere alle strutture sanitarie in tempo. L’epidemia si sta diffondendo nelle comunità più remote e povere, e le persone hanno più cammino da fare e meno soldi per il trasporto.

"Il colera è la malattia della povertà – spiega Vittoria Gherardi, infettivologa e responsabile medico di Medici Senza Frontiere Italia - ed è la conseguenza di una lunga guerra che ha portato al collasso del sistema sanitario. Il potere d'acquisto delle famiglie si è drasticamente abbassato e di conseguenza sono aumentati i casi di grave malnutrizione: terreno fertile per un batterio presente endemicamente nel paese”.

Dal 30 marzo, i team di MSF hanno curato più di 12.181 pazienti in 8 centri per il trattamento del colera (CTC), 6 Unità per il trattamento del colera (CTU) e 2 unità di stabilizzazione in 7 governatorati (Amran, Hajja, Al-Dhale, Hodaidah, Ibb, Taiz e Sana’a). Supportiamo, inoltre, il Ministero della Salute con formazione dello staff nazionale su come trattare il colera e donazioni di materiale medicale come avviene nel governatorato di Aden.

Abbiamo identificato i primi casi di colera il 30 marzo nell’ospedale di Abs Rural che supportiamo nel governatorato di Hajja. A causa del rapido aumento di casi, stiamo continuando ad aumentare la capacità di alcuni dei nostri centri per il trattamento, ne stiamo aprendo di nuovi e supportiamo altre località attraverso donazioni e valutandone i bisogni.

In Yemen, molte case hanno pozzi privati che rendono difficile l’individuazione di fonti d’acqua contaminate. Eseguiremo, quindi, attività di disinfezione delle fonti d’acqua e di promozione dell’igiene in aree difficili da raggiungere.

“La nostra frustrazione è che quest’epidemia è una tragedia quasi annunciata. È necessaria una robusta risposta delle organizzazioni internazionali per fermare l’epidemia. Trattare i pazienti – cosa già difficilissima in un paese in guerra dove anche l’azione medica è sotto attacco - non basta. È fondamentale potere intervenire alla sorgente dell’infezione garantendo la sicurezza di cibo e acqua unitamente alla sensibilizzazione delle popolazioni colpite attraverso sessioni di educazione sanitaria” conclude Gherardi.

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