27 Marzo 2017

Ieri mattina la nave Prudence ha fatto il suo primo salvataggio. Alle 2:15, la nostra nuova imbarcazione ha ricevuto una chiamata dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC), segnalando una barca in difficoltà piena di persone nel Mediterraneo centrale, nelle acque internazionali di fronte a Sabratha. Un paio d'ore dopo il nostro team a bordo ha iniziato l'operazione di salvataggio di una barca di legno in condizioni molto precarie, con 412 persone a bordo, che in precedenza era stata avvicinata dalle imbarcazioni SAR delle organizzazioni Iuventa e Sea Eye per la distribuzione di giubbotti di salvataggio.

“Il mare era molto agitato e la barca di legno era sovraffollata, ma per fortuna il salvataggio è andato bene e non ci sono stati gravi casi medici tra loro”, spiega Matthias Kennes, coordinatore del progetto di MSF a bordo della Prudence.

Più tardi, alle 12:30, il nostro team ha effettuato un salvataggio molto complicato di altre 129 persone su un gommone. Tra di loro c'erano molte donne e bambini, la maggior parte provenienti da Costa d'Avorio e Guinea Conakry. Il più giovane aveva un mese, il piccolo Abdul, nato in Libia, da dove la madre e la nonna sono fuggiti insieme a lui, ed altri 15 bambini tra 1 e 12 anni.

“Abbiamo avuto momenti drammatici questa mattina, le persone erano state in barca per molto tempo ed erano con l'acqua fino alla vita. Due giorni fa abbiamo preso a bordo un corpo che Iuventa aveva recuperato in mare, probabilmente vittima del naufragio orribile in cui si teme che 250 persone siano morte. Se fossimo arrivati un po' più tardi, le cose avrebbero potuto andare in modo diverso anche per queste persone” ha detto Michele Trainiti, coordinatore del progetto di ricerca e soccorso di MSF in Italia.

Ora ci sono 540 persone a bordo della Prudence, che si sta dirigendo al porto di Trapani, dove è previsto lo sbarco martedì mattina alle 7:00. Molte di loro provengono da Pakistan, Bangladesh e Nepal, e hanno intrapreso un viaggio ancora più lungo fino al Mediterraneo centrale, attraversando la Libia, dove molti di loro sono sopravvissuti a torture ed abusi.

“Abbiamo intere famiglie dal Pakistan che in passato avrebbero preso percorsi più brevi e più sicuri per raggiungere l'Europa. Tuttavia, la chiusura della rotta dei Balcani come conseguenza delle politiche di deterrenza della UE non ha cambiato niente per loro: sono disperati, e questo nuovo contesto li ha costretti ad affrontare un viaggio incredibilmente lungo e pericoloso fino alla Libia e poi all’Italia, per raggiungere la sicurezza. Il Mar Mediterraneo sta diventando sempre di più l'ultimo ostacolo di un percorso pericoloso”, ha detto Kennes.

“Due giorni fa, il 25 marzo abbiamo richiamato l’attenzione dei leader europei riuniti a Roma per dire che un'Europa che costruisce muri non è la nostra Europa, e per protestare contro un'Europa in cui non c'è spazio per persone che fuggono in cerca di protezione. Qui in mare, continuiamo a vedere ogni giorno le tragiche conseguenze di queste politiche: una madre non dovrebbe essere obbligata ad affrontare la morte in mare per lei e il suo bambino appena nato come l'unico modo possibile per cercare protezione. Non si tratta di politiche, ma di un senso di umanità. La ricerca e il soccorso in mare sono per il momento l'unica soluzione che abbiamo per far fronte alla situazione ed evitare ulteriori perdite di vite umane in mare, ma è solo una soluzione d’urgenza,” ha dichiarato Michele Trainiti.

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