29 Ottobre 2014

LAVORARE CON L’EBOLA: PROTOCOLLI E PRECAUZIONI

Il possibile contagio di operatori umanitari impegnati nella lotta contro l’Ebola in Africa occidentale sta creando comprensibili preoccupazioni nelle società dei paesi d’origine. MSF vuole rassicurare il pubblico sulle precauzioni e i protocolli in atto per garantire la maggiore sicurezza possibile per i pazienti e per il nostro staff.

Cosa ne pensa MSF delle misure di quarantena forzata?

Le misure di quarantena forzata per gli operatori umanitari asintomatici di ritorno dalle aree colpite dal virus  Ebola in Africa occidentale non sono fondate su alcuna base scientifica e potrebbero indebolire gli sforzi per arginare l’epidemia laddove ha avuto origine. Un accurato periodo di osservazione sanitaria per gli operatori di rientro dai Paesi colpiti dall’Ebola è preferibile rispetto all’isolamento coercitivo degli individui asintomatici.

I provvedimenti presi dagli stati di New York e New Jersey hanno avuto conseguenze problematiche per gli operatori di MSF di rientro dall’Africa occidentale. MSF teme che misure restrittive eccessive possano far desistere potenziali operatori dal partire per l’Africa. Questo minerà gli sforzi per combattere e controllare l’epidemia in Africa occidentale, dove sta creando maggiori impatti e quindi di garantire che le persone, ovunque si trovino, siano al sicuro.

La risposta all’Ebola non deve essere guidata dalla paura nei paesi che non sono stati colpiti dall’epidemia. Qualunque provvedimento non basato su fondamenta scientifiche, volto a isolare gli operatori sanitari, molto probabilmente sarà un deterrente perché altri si impegnino a combattere l’epidemia.

Il modo migliore per ridurre il rischio che l’Ebola si diffonda fuori dall’Africa occidentale è combatterla lì. Le politiche che minano questo processo, o disincentivano personale esperto dall’offrire il proprio aiuto, sono poco lungimiranti. Dobbiamo guardare oltre i nostri confini per fermare questa epidemia.

Perché gli operatori umanitari non sono stati posti in quarantena dopo il loro rientro dall’Africa occidentale?

L’Ebola è una malattia molto pericolosa, ma è anche molto difficile esserne contagiati. In Africa occidentale, i numeri sono spaventosamente alti, è la più grande epidemia di Ebola di sempre. Ma la gran parte della diffusione va attribuita all’area in cui è scoppiata: un gruppo di paesi caratterizzati da sistemi sanitari estremamente precari.

Per sua natura, il virus non può essere trasmesso da una persona all’altra finché non siano comparsi i sintomi della malattia. Anche quando un paziente inizia a manifestare i sintomi non è molto contagioso. Le persone infette diventano più contagiose quando i sintomi peggiorano e in particolare quando si manifestano sintomi gastrointestinali come diarrea e vomito e, più tardi, se iniziano le emorragie. Anche allora, il contagio può avvenire solo attraverso il contatto diretto con fluidi corporei come vomito, sangue e feci.

I protocolli di MSF per gli operatori umanitari rientrati dal field sono molto rigidi e vengono seguiti durante e dopo le loro missioni. In questo modo viene garantito che nel caso di possibili contagi le persone vengano immediatamente isolate e ricevano il trattamento di cui hanno bisogno, prima che diventino significativamente contagiose.  È quanto accaduto nel caso del Dr. Craig Spencer, il collega attualmente in cura a New York, che ha riferito immediatamente la comparsa dei sintomi della malattia ed è stato tempestivamente messo in isolamento in una struttura adatta ad affrontare un caso di questo genere.

Mettere in quarantena tutti gli operatori umanitari che hanno curato pazienti di Ebola in Africa occidentale è stato giudicato dalla comunità medica una misura non necessaria e sproporzionata al limitato rischio di contagio garantito dai protocolli. Quello che è assolutamente necessario, su cui MSF insiste con i propri operatori, è un accurato monitoraggio delle proprie condizioni di salute, una relazione frequente con i nostri uffici e l’immediata comunicazione di sintomi che possano far pensare all’Ebola.

I PROTOCOLLI DI MSF PER GLI OPERATORI IMPEGNATI CONTRO L’EBOLA

Che tipo di preparazione viene fatta prima che lo staff parta per i progetti?

In generale, MSF accetta solo il 20% delle persone che chiedono di lavorare con noi. Per i progetti contro l’Ebola, il processo di selezione è ancora più rigido. Mandiamo solo persone che hanno già esperienza di febbri emorragiche e/o emergenze simili. Una volta selezionate, partecipano a un percorso di formazione omnicomprensivo, studiato per prepararli al lavoro rigoroso e impegnativo che dovranno affrontare.

Quali precauzioni vengono prese nell’ambito dei progetti?

Tutti gli operatori seguono rigide precauzioni quando lavorano nelle strutture di MSF. I nostri di centri di trattamento sono progettati per garantire le condizioni di lavoro più sicure per lo staff e per i pazienti. Alcuni operatori non hanno alcun contatto con i pazienti, ma seguono comunque tutti i principali protocolli di sicurezza. Solo allo staff strettamente necessario è consentito entrare nelle aree ad alto rischio delle strutture per il trattamento dell’Ebola di MSF. Indossano l’equipaggiamento di protezione individuale completo (PPE) che impedisce ogni contatto con i fluidi corporei dei pazienti. L’utilizzo del PPE è regolato da rigidi protocolli che richiedono la presenza di un compagno quando si indossa o si toglie la tuta, per garantire che l’operazione sia fatta in modo adeguato e che gli operatori siano protetti dalla testa ai piedi.

Prima e dopo essere entrati nei reparti ad alto rischio, si spruzzano con una soluzione di acqua clorinata per eliminare ogni tracia del virus. Poiché le tute sono calde e ingombranti, il tempo che gli operatori passano nei reparti dei pazienti è limitato. Quando possibile, cercano di evitare l’utilizzo di aghi per somministrare le medicine, per minimizzare il rischio di forare la tuta protettiva. E mentre la maggior parte degli operatori di MSF partono per missioni da 9 a 12 mesi, chi lavora contro l’Ebola resta nei paesi da 4 a 6 settimane per turno, data la complessità dell’impegno richiesto.

Allo stesso modo, anche lo staff nazionale che spesso vive nelle comunità in cui lavora, riceve una formazione completa su come evitare di contrarre l’Ebola sia al lavoro che a casa. Questo elemento si è dimostrato una grande sfida per la mancanza di misure per il controllo delle infezioni, come l’acqua e norme igieniche di base in molte delle comunità colpite e per la lenta risposta della comunità internazionale nel contenere l’epidemia.

Quanti operatori di MSF sono stati contagiati dall’Ebola e come è potuto accadere nonostante tutte queste precauzioni?

In questi progetti, come in molti dei progetti di MSF in tutto il mondo, il nostro personale assume un certo grado di rischio, come è inevitabile per fornire cure mediche alle persone che ne hanno più bisogno. Succede in Africa occidentale come in Siria, nella Repubblica Democratica del Congo o in Afghanistan. Non c’è altro modo, e possiamo ragionevolmente affermare che più di 1.100 persone trattati nei nostri centri sono sopravvissute all’Ebola grazie al fatto che i nostri operatori hanno deciso di assumersi quei rischi.

Attualmente sono più di 3.200 gli operatori di MSF che lavorano contro l’Ebola in Africa occidentale. Il numero di persone che ha lavorato nei progetti di MSF contro l’Ebola dall’inizio dell’epidemia, a marzo, è molto più alto. A oggi, 24 operatori hanno contratto l’Ebola e 13 sono morti. Dieci sono sopravvissuti e uno, il collega ora ricoverato a New York, è in cura. Ventuno dei 24 appartenevano allo staff nazionale, ovvero persone che vivono nel paese in cui lavorano (lo staff nazionale rappresenta la grande maggioranza dello staff di MSF in tutto il mondo). Tre erano operatori internazionali, o “espatriati”.

Dopo ogni singolo caso, MSF avvia un’indagine per accertare come siano avvenuti i contagi (lo stesso accade dopo incidenti di sicurezza in altri progetti) e nuovi protocolli per affrontare i punti deboli che vengono identificati. Nel caso dello staff nazionale, è stato accertato che gli operatori sono stati contagiati per il contatto con persone malate di Ebola  al di fuori delle strutture di MSF, nelle loro comunità. Gli operatori internazionali che hanno contratto il virus e sono stati trattati in Francia e Norvegia, sono stati contagiati a seguito di contatti casuali nell’area del triage dove vengono monitorati i pazienti appena arrivati. MSF sta ancora accertando le cause del contagio di Craig Spencer.

Ulteriori indagini sono in corso mentre i protocolli, i regolamenti e le funzioni nelle nostre strutture sono sotto costante revisione in modo da renderle il più sicure possibile per lo staff e per i pazienti. Man mano che evolve la nostra conoscenza della malattia e di questa epidemia in particolare, adattiamo i nostri protocolli.

Quanti operatori internazionali hanno mostrato i sintomi dopo essere rientrati a casa?

Su oltre 700 operatori internazionali che hanno lavorato nei nostri progetti contro l’Ebola, Craig Spencer è il primo e finora unico. Ma MSF è stata in contatto per mesi con le autorità cittadine e nazionali dei diversi paesi occidentali per essere pronti a questo tipo di evenienza. Sappiamo che è impossibile evitare del tutto il rischio di contagio, ma questa rigorosa preparazione può ridurre in modo sostanziale ogni tipo di rischio per le comunità in cui ritornano gli operatori. E sappiamo anche che MSF, un’organizzazione che nel 2013  ha trattato più di 9 milioni di pazienti in quasi 70 paesi, può continuare il proprio lavoro solo se facciamo ogni passo possibile per mantenere i nostri operatori in salute prima, durante e dopo le loro missioni.

Come vengono istruiti gli operatori umanitari al loro rientro?

Tornati nei propri paesi d’origine, tutti gli operatori di MSF partecipano a un approfondito processo di debriefing durante il quale vengono chiarite  tutte le procedure da seguire, tra cui: misurarsi la temperatura due volte al giorno; portare a termine la normale procedura di profilassi per la malaria (i sintomi di questa malattia sono simili a quelli dell’Ebola); restare entro una distanza di massimo quattro ore da una struttura ospedaliera attrezzata per l’isolamento; monitorare la comparsa di sintomi rilevanti, come la febbre; contattare immediatamente l’ufficio MSF di riferimento nel caso si manifestassero sintomi della malattia.

Queste raccomandazioni sono le stesse fornite dai Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) statunitensi alle persone che rientrano da uno dei paesi colpiti dal virus Ebola in Africa occidentale.

MSF ha lanciato diversi appelli sulla necessità di una risposta più efficace in Africa occidentale da parte di altri governi e organizzazioni. Questa situazione continuerà?

Senza dubbio sì. L’azione più importante nella battaglia contro l’Ebola – e nello sforzo di garantire che le persone negli altri paesi siano più al sicuro possibile – è contenere l’epidemia laddove è iniziata e dove è più virulenta. Ecco perché per mesi ormai MSF ha lanciato appelli a governi, organizzazioni e perfino militari perché dedicassero risorse e personale adeguati all’emergenza e perché fossero operativi sul campo il prima possibile. Allo stesso modo MSF ha ripetutamente chiesto agli stati membri e ai dipartimenti delle Nazioni Unite di aumentare i propri sforzi.

MSF comprende e condivide le preoccupazioni nate intorno all’Ebola ma chiunque sia preoccupato per la diffusione dell’Ebola deve chiedere una risposta più forte, più ampia e più operativa contro l’epidemia dove è iniziata e dove ha fatto i danni maggiori, in Africa occidentale.

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