"È il momento di mobilitarsi per evitare una catastrofe. È dovere dei donatori contribuire a prevenire un disastro di salute pubblica. Possiamo farlo solo assicurando una risposta alle necessità vitali di una popolazione che ha affrontato violenze, stupri e torture".

Joanne LiuPresidente Internazionale MSF
23 Ottobre 2017

Joanne Liu, presidente internazionale di MSF, da poco rientrata dal Bangladesh, lancia un appello alla Conferenza dei Donatori per la crisi dei rifugiati Rohingya: “Questa Conferenza dovrebbe suonare come una sveglia. È il momento di mobilitarsi per evitare una catastrofe, ripristinando la dignità di una popolazione in grave stato di bisogno”.

La dott.ssa Joanne Liu nelle scorse settimane ha visitato la regione di Cox’s Bazar, dove quasi 600.000 rifugiati hanno cercato riparo negli ultimi due mesi: “È difficile comprendere la grandezza della crisi se non la vedi con i tuoi occhi. Gli insediamenti sono incredibilmente precari. Rifugi improvvisati fatti di fango e teli di plastica, fissati insieme col bambù e sparsi su piccole colline. Se ci si ferma all'entrata principale dell'insediamento di Kutupalong, che ospitava diverse migliaia di Rohingya già prima di questo afflusso recente, le cose sembrano abbastanza organizzate.

Ma se ci si addentra nell'insediamento, nelle foreste e nelle aree senza strade, è un'altra storia. Non vi sono quasi servizi e la vulnerabilità delle persone è sconvolgente. Famiglie intere vivono sotto teli di plastica in un terreno fangoso e allagato. Hanno poche cose, sono esposti agli attacchi degli elefanti e non hanno accesso ad acqua pulita, latrine, cibo o assistenza sanitaria”.

A Kutupalong, dove MSF gestisce una struttura sanitaria dal 2009, abbiamo aumentato la capacità ospedaliera da 50 a 70 posti letto e oggi visita da 800 a 1.000 pazienti al giorno. Le équipe mediche trattano condizioni che normalmente non si dovrebbero vedere, come adulti che collassano o muoiono per la disidratazione a causa di un semplice caso di diarrea acquosa. MSF ha aperto nuovi progetti medici, idrici e sanitari a Cox's Bazar, per rispondere meglio alla crescita esponenziale dei bisogni. Ma serve molto di più. Il campo è una bomba a orologeria per la salute della popolazione.

Le persone sopravvivono come possono, cercando di garantirsi ciò di cui hanno bisogno giorno per giorno. La risposta umanitaria attualmente è frastagliata: i teli di plastica vengono distribuiti in un punto, mentre i sacchetti di riso o l’acqua sono distribuiti altrove. Intanto, l’afflusso di rifugiati non rallenta: nelle ultime due settimane, altre 40.000 persone hanno attraversato il confine dal Myanmar, un chiaro segno che le violenze nello Stato di Rakhine continuano.

“Non possiamo dimenticare che la causa principale dello sfollamento dei Rohingya è la crisi in corso in Myanmar”, dichiara Gabriele Eminente, direttore generale di MSF, che ha visitato il paese nei mesi scorsi. “Le persone non fuggono dalle proprie case senza una buona ragione. Fuggono perché le loro vite sono in pericolo e non hanno altra scelta. Centinaia di migliaia di persone sono ancora intrappolate in Myanmar, vivendo nel terrore, e senza possibilità di ricevere aiuti umanitari”.

Per il Bangladesh, accogliere oltre mezzo milione di persone in due mesi è un atto straordinario e incredibilmente generoso. Ma è anche una sfida estremamente complessa. Nessun paese al mondo può soddisfare da solo dei bisogni così grandi.

“Invitiamo il governo del Bangladesh a mantenere aperti i suoi confini e la comunità internazionale a sostenere questo gesto coraggioso. È dovere dei donatori contribuire a prevenire un disastro di salute pubblica. Possiamo farlo solo assicurando una risposta alle necessità vitali di una popolazione che ha affrontato violenze, stupri e torture.

Servono più organizzazioni impegnate nella costruzione di latrine, nell'installazione di pompe per l’acqua, nel fornire assistenza medica e nella distribuzione del cibo. Tutto questo potrà accadere solo se il governo del Bangladesh faciliterà la presenza degli aiuti e autorizzerà una presenza consistente di organizzazioni umanitarie”, conclude Joanne Liu di MSF.

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