18 Novembre 2016

MSF ha potuto confermare che due ospedali nell’area assediata di Aleppo Est sono stati colpiti da bombardamenti aerei il 16 novembre, un giorno dopo il rilancio degli attacchi contro la zona della città controllata dall’opposizione. 

I due ospedali attaccati erano un ospedale pediatrico e un ospedale specializzato in chirurgia. Sembra che quella mattina la zona sia stata colpita più di 50 volte. L’ospedale pediatrico colpito è l’unico ospedale specializzato in pediatria nell’area assediata. Lo staff dell’ospedale è riuscito a trasferire i bambini, tra cui alcuni neonati prematuri, dai loro lettini e dalle incubatrici nel sotterraneo dell’edificio per proteggerli dal bombardamento. 

Dall’inizio dell’assedio a luglio, gli ospedali in funzione ad Aleppo Est sono stati danneggiati in 29 diversi attacchi. Alcuni ospedali sono stati colpiti più volte e sono stati costretti a chiudere. Entrambi gli ospedali colpiti il 16 novembre erano supportati da MSF e da altre organizzazioni. 

– TESTIMONIANZA –

Aleppo Est: “I violenti bombardamenti mettono a dura prova gli ospedali.” 

Il racconto di un medico di uno dei pochi ospedali ancora funzionanti nella zona sotto assedio. 

“Fino a lunedì scorso, la situazione ad Aleppo Est per alcune settimane è stata relativamente calma, c’era solo qualche bombardamento leggero. Invece martedì la situazione si è inasprita improvvisamente, con più di 100 raid e numeri spaventosi di persone ferite. 

In sole due ore, tra le 13 e le 15, sono arrivati in ospedale 55 feriti. Abbiamo ricoverato 13 pazienti e 3 persone sono morte; gli altri sono stati mandati a casa. I feriti avevano ogni tipo di ferite da quelle superficiali, a quelle articolari, a quelle neurologiche. 

Quando imperversano i massacri e il numero di feriti è elevato, fermiamo ogni attività per concentrarci sull’assistenza ai feriti. Le operazioni non urgenti possono essere posticipate, fino a quando il bombardamento non termina o il chirurgo ha del tempo in più.

Quando la situazione è più tranquilla, siamo in grado di monitorare i pazienti più a lungo, ma in situazioni come quella di adesso, siamo costretti a dimetterli un’ora o due dopo averli operati. I pazienti più vulnerabili sono quelli con ferite alla testa e con danni neurologici, il 70-80% di loro muore. 

Visitiamo molte persone con ferite agli arti, ma spesso non possiamo fare niente per loro e siamo costretti ad amputare. C’è troppo poco tempo, e ci sono così pochi dottori, sale operatorie e medicine. Non abbiamo molte possibilità. 

Martedì una bomba è caduta a 20 metri di distanza dall’ospedale, ma per fortuna non ci ha colpito. Negli ultimi cinque mesi, siamo stati colpiti 5 volte: una a giugno, due a luglio e due a settembre. Ogni volta, chiudiamo per qualche giorno, per riparare le cose essenziali e pulire gli spazi ospedalieri, e poi riapriamo le porte.  

Francamente non si può fare granché per prepararsi a bombardamenti del genere. All’inizio della scorsa estate avevamo iniziato a scavare sotto l’ospedale, ma quando l’assedio è iniziato, non siamo più riusciti a reperire i materiali da costruzione e ci siamo dovuti fermare. Abbiamo iniziato a costruire un muro intorno all’ospedale, ma anche questo non siamo riusciti a finirlo.

I nostri generatori di corrente sono molto lontani dall’ospedale, in un posto relativamente sicuro sotto terra, ma il carburante per farli funzionare sta per finire. Alcune medicine – come quelle per le malattie croniche – sono già finite. Anche alcuni antidolorifici e antibiotici stanno iniziando a finire. 

Con l’aumento dei bombardamenti e dei massacri, visitiamo un numero crescente di pazienti e le forniture finiscono in fretta. Quando ci sono pazienti feriti, non si può fare economia. Trattare le ferite delle persone è la nostra priorità assoluta ed è più importante di qualsiasi altra cosa. 

Speriamo che lo stock di forniture che abbiamo adesso duri per almeno 10 giorni, ma se il bombardamento è particolarmente violento, ciò che abbiamo a disposizione non durerà per più di 3-4 giorni. Sarebbe terribile perché non saremmo in grado di fare più nulla se le forniture dovessero finire completamente. Ma, per il momento, facciamo quello che possiamo.”

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