13 Luglio 2016

Da ieri un’équipe di quattro persone ha avviato cliniche mobili alla chiesa di Santa Teresa, dove si sono rifugiate 2500 persone. L’équipe si è concentrata sulle persone con maggiore necessità di cure mediche e ha trattato 115 pazienti, inclusi 82 bambini. Tra le principali patologie, infezioni delle vie respiratorie, febbre e diarrea. Gli operatori hanno visitato anche due pazienti con ferite da arma da fuoco e curato persone ferite mentre fuggivano dalla violenza. La maggior parte dei pazienti racconta di essere arrivata dai Campi di Protezione dei Civili (PoC) in città.

Le équipe di MSF stanno svolgendo attività di cliniche mobili anche nei campi Gudele 1 e Gudele 2, un’area che ha visto gli scontri maggiori per la vicinanza a una base militare, dove hanno trovato rifugio circa 3000 persone sfollate a causa dei combattimenti. Ieri gli operatori di MSF hanno visto corpi che giacevano ancora a terra. Le persone che hanno iniziato a tornare nelle loro case le hanno trovate saccheggiate e hanno perso tutto ciò che avevano. La popolazione è estremamente vulnerabile e non ha accesso alle cure mediche. Servono acqua e servizi igienici per ridurre il rischio di epidemie. 

Ieri MSF ha donato kit chirurgici all’ospedale di Juba e sacchi per cadaveri all’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO). MSF ha anche rifornito gli ospedali di due dei PoC a Juba e sta trasferendovi un’équipe chirurgica per gestire l’afflusso di casi.

Da quando venerdì sono scoppiati gli scontri a Juba, anche il PoC di Bentiu ha visto un afflusso di 6000 persone. MSF è preoccupata per l’estendersi dei combattimenti, che sono già iniziati a Wau e Leer dove le persone sono di nuovo in fuga, ostacolando la capacità dell’organizzazione di fornire assistenza medica a chi ne ha più bisogno.

Come sempre, MSF continua a monitorare da vicino le condizioni di sicurezza all’interno del paese e i progetti nella maggior parte del paese restano attivi. Molte delle nostre équipe stanno gestendo un alto numero di pazienti malnutriti o colpiti da malaria, in una popolazione che per sopravvivere dipende già in gran parte dall’assistenza umanitaria.

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