7 Agosto 2009

Un team di MSF era presente a l’Aquila a dieci ore dal sisma del 6 aprile scorso, mettendo a disposizione personale medico specializzato nella gestione delle emergenze. La Protezione Civile italiana ha gestito autonomamente l’emergenza non ritenendo necessario l’intervento di MSF in quella fase. Successivamente, d’intesa con le autorità sanitarie locali, è stata individuata un’area fuori dal capoluogo in cui era necessario l’intervento di un team di psicologi.

MSF è quindi intervenuta presso Calascio (provincia di l’Aquila) e nei comuni limitrofi, un’area che ha subito meno danni, per la relativa distanza dall’epicentro. Proprio i referenti locali della salute mentale hanno individuato questa zona come una delle più bisognose di un intervento esterno perché più difficile da raggiungere. MSF era presente fino al 31 luglio con un’equipe composta da due psicologi e un coordinatore di progetto: la testimonianza di Claudio Moroni psicologo di MSF, realizzata lo scorso 14 luglio.

 

Claudio Moroni
Come si articola il progetto?

Una parte del lavoro è consistita nell’andare nei vari paesi e spiegare alla gente che tipo di reazioni psicologiche si possono avere dopo un terremoto. Abbiamo lasciato dei volantini informativi che tutti potessero consultare (con i nostri recapiti telefonici).

Abbiamo lavorato in rete con gli operatori sanitari del territorio.

I sindaci dei comuni di Calascio, Carapelle, Castel del Monte ci hanno aiutato ad organizzare degli incontri con la popolazione, dove abbiamo presentato e illustrato le nostre attività di counselling psicologico sia di gruppo che individuale.

Sfortunatamente non abbiamo potuto lavorare nelle scuole direttamente con studenti e insegnanti, a causa delle vacanze estive. Così abbiamo preparato un kit di supporto per le scuole della zona (con informazioni su come prendersi cura di se stessi e di altri dopo un evento traumatico). Il personale locale si occuperà di supportare gli insegnanti anche con l’ausilio di questo kit.

Che tipo di tecnica state adoperando con i pazienti?

Fin dall’inizio abbiamo notato che per la gente era più facile partecipare ai gruppi che chiedere delle consulenze individuali. Per questo abbiamo deciso di impegnarci maggiormente nelle attività di gruppo.

Negli incontri di gruppo affrontiamo argomenti molto vicini alle esperienze delle persone, per esempio la paura, che non è solo legata alla notte del terremoto, ma al periodo successivo, in cui le scosse continuano e riattivano sensazioni forti.

Affrontiamo anche altri argomenti, come il lutto, la confusione, l’incertezza.

Insieme ai pazienti abbiamo cercato di individuare degli strumenti per aiutare le persone a stare meglio (esercizi di rilassamento, condivisione delle esperienze e delle soluzioni pratiche personali). I colloqui individuali sono condotti nell’ottica di facilitare la persona ad individuare le problematiche più significative e urgenti.

Dato che lavoriamo sull’emergenza non offriamo un percorso terapeutico a lungo termine, ma l’intervento è più centrato sugli elementi di disagio attuali, la loro relazione con l’evento traumatico e tende ad evidenziare e rafforzare le risorse personali e gli atteggiamenti positivi.

Quante persone avete visitato?

Nei 2 mesi in cui abbiamo operato, abbiamo condotto 8 gruppi in 6 paesi, a cui hanno partecipato in totale 109 partecipanti. 17 sono stati solo i percorsi individuali.

Il 74% delle presenze è costituito da una popolazione di età superiore ai 45 anni (in questa zona la popolazione giovane è una minoranza) e il 78% è di sesso femminile (statisticamente gli uomini si rivolgono meno ai servizi di salute mentale).

Quanto conta un supporto di salute mentale in una fase di post emergenza?

Molta gente è ancora sfollata (sulla costa, da parenti fuori provincia, nei paesi limitrofi ) o vive in tenda. C’è molta preoccupazione per l’arrivo dell’inverno che qui è particolarmente rigido.

Il nostro intervento ha accompagnato, e in molti casi supportato, le persone in un momento di transizione intensa attraverso varie fasi: la vita nel campo e le problematiche della convivenza, la chiusura dei campi e il rientro a casa, la difficoltà nel rientrare (la casa vissuta con diffidenza e paura), la nostalgia della vita di campo come momento solidale e cooperativo, il ripristino della normalità e la paura del futuro, la perdita di ogni punto di riferimento nella propria quotidianità (case, scuole, negozi, uffici), la presa di coscienza dell’accaduto e la pianificazione del futuro.

C’è una storia che ti ha particolarmente colpito?

Mi ha colpito in particolare la storia di una donna che racchiude le sofferenze vissute da questa gente.

Maria (il nome è di fantasia, lei stessa ci ha autorizzato a raccontare la sua storia togliendo i riferimenti) ha vissuto i momenti tragici della tremenda scossa di terremoto nella notte del 6 Aprile, salvando se stessa e la famiglia, ha ancora vividi nella mente e nel corpo (reazioni fisiologhe, emozioni intense) i ricordi di quella notte, portandone ancora le conseguenze in termini di pensieri tristi, angoscia e difficoltà nella vita di ogni giorno. La notte fatica a dormire, si avventura difficilmente nella camera da letto, anche se non è la stessa di quella notte, spesso dorme sul divano, con indosso i vestiti, un piede sul pavimento e la porta aperta, i figli a portata d’occhio. Quando si reca a L’Aquila le prende una stretta al cuore, le lacrime sono pronte a sgorgare e si guarda intorno come si guarda un amico ferito. Ora ha perso la casa e vive in un paesino di montagna, continua a lavorare in condizioni di fortuna (un container, una tenda) nell’incertezza di quanto il lavoro possa durare. Quando torna a L’Aquila, per riprendere alcune cose nella sua casa, lo fa di corsa, entra lasciando porte e finestre aperte, dice di sentirsi come un ladro in casa propria, deve fare in fretta e fuggire presto da quelle quattro mura in cui le sembra di risentire di nuovo le grida dei sui bambini spaventati nella notte in cui sono scappati.

È terrorizzata dalla paura di una nuova scossa e le voci che circolano non la aiutano a pensare che il peggio sia passato. Teme che se manda i figli a scuola a settembre possano correre il rischio di rimanere sotto le macerie. Lei, come molti altri, è arrabbiata con se stessa per non essersi allarmata a sufficienza la notte del terremoto e non vuole più correre lo stesso rischio. Si sente impotente, perché la terra dove aveva fondato le sue speranze e investito tanto ha tradito lei e tutti quanti. Il terremoto è una cosa che una volta iniziata sembra non avere mai fine.

Le sembra di non avere nessun potere o controllo sul proprio futuro, come se l’unica possibilità fosse una passiva attesa degli eventi. Nelle persone che le stanno intorno non riconosce alcuna risorsa, perché anche loro sono vittime come lei, così come lo sono gli abituali supporti (medici, ospedale, servizi).

Solo a distanza di mesi é riuscita a comprendere la portata degli eventi, valutandone anche gli aspetti positivi: il supporto di numerosi operatori venuti da ogni dove, la solidarietà incontrata. Sa che dovrà fare i conti con l’idea che molte cose sono cambiate radicalmente e che su alcuni fronti sarà come ricominciare da capo.

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