5 Aprile 2011

Atterro in una Ginevra fredda dove il tempo è scandito dai briefing, un accumularsi di informazioni e istruzioni che si sarebbero rivelate tutte preziose ma sul momento sembravano solo criptiche e troppo grandi.

Poi il volo lunghissimo insieme ad Hannah, l’infermiera americana alla sua quarta missione, preziosa fonte di esperienza e impagabile compagnia nei prossimi mesi, fino a Nairobi e alla casa di MSF, crocevia degli operatori dove ogni incontro è la scoperta di una nazionalità e di un’esperienza lavorativa diversa e coinvolgente.

A Nairobi altri briefing e il primo contatto con il coordinamento e lo staff nazionale; incomincia a delinearsi l’immagine di un’organizzazione efficiente nei dettagli e i tasselli consegnati oscuramente a Ginevra trovano d’incanto il loro posto.

Sul computer dell’ufficio trovo le prime mail dall’Italia; non so ancora che nelle prossime settimane diventeranno marginali e che d’istinto chiamerò casa un compound nel deserto di Dagahaley.

“Buon deserto” mi scrivi sollevando un lembo del tuo giovane orgoglio; né io né te immaginiamo quanto umanamente ricco sarà il mio deserto.

Quando finalmente ci imbarchiamo per il Dadaab l’alba è fredda sull’altopiano; voliamo su un piccolo Bombardier verso il sole e il caldo e all’atterraggio su una pista di terra battuta ci attende 313. Sul momento è solo un Land cruiser tappato per il deserto, con la bandiera di MSF, il segnale di disarmo e l’antennone della radio; ma presto diventerà una compagnia costante, negli spostamenti e nelle comunicazioni radio.

Mi colpiscono la cordialità o l’orgoglio da padrone di casa dell’autista dello staff nazionale di cui apprezzo l’abilità nel condurre il fuoristrada lungo la pista rossa resa melmosa dalla pioggia recente.

“Welcome to Dagahaley Paradise” ci accoglie Duncan, il coordinatore del progetto scozzese con voce allegra e stentorea e ci consegna al log.co Quan che ci conduce alle nostre stanze: piccoli bungalow in muratura con porta e finestra; dentro un letto e una cassa da marinaio sul cemento.

Altri briefing e la presentazione delle persone che faranno parte dei miei giorni ma di cui ora non memorizzo neanche un nome; tutti cordiali e disponibili.

Passo il pomeriggio a sistemare il mio bungalow e a chiacchierare con Hannah; chi passa si ferma a scambiare due parole su provenienza, lavoro, casa con interesse che sembra genuino, senza invadenza o curiosità gratuita. Il solo fatto di essere qui, a ottanta chilometri dall’ultima strada asfaltata probabilmente accomuna nelle motivazioni e nel modo spiccio di raccontarsi.

La cena è sbrigativa, comunitaria e a self service; scoprirò che il contenuto delle ciotole varia poco ma è buonissimo e posso comporlo in innumerevoli varianti; ancora qualche chiacchiera e si va presto a nanna. Nel mio bungalow rischiarato dalla luna ascolto i rumori del compound mescolati a quelli del deserto; una iena lontana, un furgone sulla pista, qualche comunicazione radio e la tv che trasmette il calcio. Il caldo del deserto è una sensazione quasi tattile, come quando si passa sulle griglie che sfogano i condizionatori all’esterno; dicono che l’acclimatazione aiuterà.

Sveglia alle sei; la settimana trascorsa dalla partenza è improvvisamente catalizzata nell’operatività: 313 è pronta a portarci al lavoro.

In moto e allineata con 325 e gli altri mezzi aspetta il pieno carico per la sua destinazione.

Attraversiamo il campo di calcio e il chilometro scarso che ci separa dai cancelli dell’ospedale. E finalmente salto dalla predella sulla sabbia del mio posto di lavoro: Dagahaley Hospital, un vecchio presidio sanitario rilevato nel luglio scorso da MSF che lo sta rimettendo in sesto. Riunione con i colleghi e poi iniziamo le visite.

 

Ci troviamo di fronte a una strana casistica: dal bambino morso dal cobra rosso al diabete scompensato (e inventagli la dieta a chi mangia riso e cammello da secoli); dall’ernia trascurata alla paraplegia da proiettili nella schiena, all’ipertensione(“si le ho prese le pastiglie dottore ma poi è finita la scatola”- sembrano quasi i miei mutuati…).

In fondo allo stanzone, accanto al dispenser rosso di acqua MSF un letto tenuto con cura: la zanzariera pulita e ben arrotolata, una stuoia sul lenzuolo pulito (ma sempre coloratissimo –“here colours cry”- mi dirà Victor).

È un anziano notabile della comunità di rifugiati somali cui è destinato l’ospedale. Tre donne di varia età (mogli? Figlie? Sorelle?) si voltano mostrando solo gli occhi neri nel nero del velo; parlano somalo ma Gedi è un buon interprete. Raccontano del dimagrimento del vecchio (qui nessuno è sovrappeso ma si vedono le ossa e l’altezza tipica dei somali lo fa sembrare allampanato). L’unico esame ematico che facciamo a Dagahaley è l’emocromo. Ce lo passa l’infermiere e fa ipotizzare una leucemia. Mi rendo conto sgomenta che noi ci fermiamo qui, ogni altro passo può essere fatto solo a Nairobi, ottocento chilometri più in là.

Mentre valutiamo il da farsi, la radio gracchia il mio codice niente nomi per motivi di sicurezza, meno ci conoscono e meglio è); non capisco assolutamente chi chiama, ci manca solo l’inglese in codice sul canale 1, e il primo giorno…

Gli altri (non ci chiamiamo ancora O.T. team, lo diventeremo presto senza accorgercene) mi traducono la chiamata urgente dall’ostetricia e ci spostiamo velocemente.

Troviamo una donna collassata e stremata che dopo una notte di travaglio rifiuta il cesareo. I parenti intorno sono categorici, il marito in particolare: questo è il primo figlio, se le tagliamo la pancia potrà averne tre o quattro al massimo, loro ne vogliono dieci.

A gesti e con traduzioni spieghiamo la gravità, il pericolo di vita di madre e figlio, la sicurezza del cesareo; niente. Anja, la grintosissima ostetrica tedesca ci guarda sconsolata e prepara la ventosa. Ce ne andiamo.

Ore 10: finalmente mi mostrano la sala operatoria: nuova di zecca, costruita dalla logistica e operativa da Natale. Ha tutto quello che occorre: è piccola, primordiale e torno con la mente alle Molinette del mio tirocinio, trent’anni fa. Ma il ventilatore è nuovo e funzionale e c’è tutto l’occorrente per l’anestesia e la chirurgia secondo i protocolli MSF rigorosamente controllati da Matthias, il responsabile anestesista a Ginevra.

Rabbrividisco piacevolmente al soffio del condizionatore e controllo la lista operatoria: emorroidi, ernia, amputazione di falange… il déjà vu continua ma termina quando la lampada si accende e scatta il rigore svizzero. Impeccabile lo strumentista che all’occorrenza aiuta il chirurgo; perfetto il rispetto della sterilità, dei protocolli, delle manovre. Sembra impossibile che dall’altra parte del muro ci sia la sabbia del deserto e non i lucidi corridoi di un reparto.

Mi spiegano che l’obbiettivo attuale è quello di azzerare le infezioni postoperatorie. Aggiungerò una seconda meta: azzerare il dolore postoperatorio zero. E se potrò farlo presto sarà per l’affiatamento e la fiducia reciproca del team e degli altri operatori.

 

La seduta finisce, si riordina e dopo il controllo degli operati in corsia mi cimento con la radio...

313 arriva, è già quasi routine…

Al pomeriggio nuovo giro in reparto e dopo cena a nanna nella notte africana così tipica nel suo calare improvviso.

È la mia seconda notte qui e sto già meglio. La zanzariera a baldacchino è ampia e protettiva e a luce spenta gli insetti non entrano dalla porta lasciata aperta per il caldo.

Qui quello che non è ragno o scorpione è cricket e basta. Ce ne sono di molti tipi, i più piccoli come le nostre vespe fino ai ragni più larghi di una moneta da un euro. Vivono indisturbati intorno a noi e il gel ci protegge dai morsi; col tempo imparerò a distinguere quelli che non mordono. Imparerò anche a guardare nelle scarpe prima di infilarle e la cosa più buffa che ci troverò sarà una rana.

La presenza degli scorpioni è un allarme costante anche se tutti giriamo in infradito di plastica. In ospedale dovrò bloccare il nervo sciatico a una donna che urla dal dolore per una puntura nel tallone. Ma il danno più grande lo avremo quando il nostro cuoco sarà morso alla mano nel tardo pomeriggio: avvertiti alla fine di una riunione lunghissima dovremo inventarci la cena e toccherà all’italiana, naturalmente, fare la pastasciutta. Che viene anche buona per cui mi estorcono la promessa di una lasagna.

 

Immersa nel caldo aspetto il sonno ripercorrendo la giornata. Penso alle attrezzature che è stato così naturale trovare al loro posto in sala operatoria: per arrivarci hanno percorso la mia stessa strada, dall’Europa all’Africa fino al deserto in aereo, con i camion e i fuoristrada; a quanto è difficile il rinnovo delle scorte dei farmaci e la sostituzione di un pezzo rotto. Ci succederà di finire improvvisamente le garze e 313 dovrà andare fino a Nairobi a caricarle.

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