1 Agosto 2004

Agosto 2004, Korhogo, Costa d’Avorio

Se alle 6,30 del mattino non è Aissa, la ragazza che ci fa da mediatrice linguistica franco-senoufo al dispensario, a telefonarci per "urgenze" vere (l'impossibilità a urinare del vecchio zio ) o presunte (una sua amica durante la notte ha visto il proprio ciclo interrompersi bruscamente), nella casa MSF al Quartier 14 di Korhogo ci si sveglia senza traumi con una "buona" tazza di nescafé e una fetta di torta di manghi. La missione è aperta da due anni in questa città del nord della Costa d'Avorio, regione delle Savane, musulmana e tradizionalista, conosciuta fino alla "crisi" del 19 settembre 2002, che ha tagliato il paese in due, ai turisti di fine palato e ricco portafoglio per il suo artigianato (sculture e tessuti) e il suo folklore (danze e riti mistici). Lungo la principale direttrice asfaltata che conduce al porto di Abidjan, i traffici commerciali dei paesi del Sahel e al centro della zona di coltura del cotone, Korhogo è diventata la capitale militare del MPCI, il principale movimento armato ribelle.

La nutrita comunità dei "ressortissants" francesi s'è drammaticamente ridotta dopo "les évènements", e al suo posto oggi per le strade di Korhogo si incontrano le pattuglie e i convogli delle forze armate francesi d'interposizione, nel quadro dell'Operazione Licorne. Anche se militarizzato, il clima in città non è pesante, a parte occasionali regolamenti di conti tra fazioni ribelli che per uno, due giorni bloccano gli abitanti nelle case, e i numerosi posti di blocco non costituiscono un gran problema per l'équipe MSF: vige il rispetto delle prerogative, voi i militari, noi i sanitari, due differenti ruoli. Ed in effetti solo i francesi debordano un poco, secondo la "nouvelle vague" degli eserciti occidentali che hanno preso l'abitudine di passare una mano di vernice umanitaria su carri e fucili: équipes mediche se ne vanno per quartieri e villaggi a improvvisare interventi generosi ma completamente al di fuori da ogni logica di salute pubblica e di integrazione di servizi. E' noto, MSF non collabora, i nostri interlocutori sono le autorità sanitarie civili, e anche a Korhogo il progetto ci vede operare all'interno delle strutture della rete pubblica.

La guerra civile in Costa d'Avorio, e in particolare nel nord, non ha investito le popolazioni civili con la stessa violenza che in altri Paesi della regione (Liberia, Sierra Leone), ma queste popolazioni hanno vissuto una fulminante interruzione dell'accesso alle cure mediche a causa della fuga a sud dei funzionari statali e al blocco dei rifornimenti (farmaci, vaccini). MSF è intervenuta fin dalle prime fasi, già in ottobre 2002, con personale espatriato, farmaci e materiale sanitario per limitare lo choc. In Costa d'Avorio, paese in via di sviluppo, non eravamo ancora intervenuti, e ora la sensazione è che dopo due anni popolazione ed autorità civili e militari ci riconoscano qualche merito, se finora tollerano pure certi nostri aspetti, tipicamente MSF, come la pretesa di decidere autonomamente le modalità di lavoro, e anche di difendere la politica sanitaria del nostro intervento, come pure il rifiuto a collaborare con certi gangli dell'amministrazione che abbiano dato prova di corruzione e dirottamento degli aiuti. Finalmente anche qui abbiamo scelto la politica della gratuità delle cure per le popolazioni in situazione di crisi, scelta che in Africa è come infrangere un tabù.

Il risultato è che dopo il nescafé e la torta di manghi, gli espatriati MSF vanno presso le due strutture sanitarie cittadine appoggiate, e a fianco degli infermieri nazionali prendono a visitare i pazienti che fanno ressa sotto la tettoia della sala d'accoglienza: una media di 280 visite "di prima linea" al giorno per una città di circa 70-80.000 abitanti. E' tanto, bisogna garantire la qualità di queste cure, bisogna anche farsi carico dei casi più complicati, per i quali si dispone di 10 letti d'osservazione e c'è la possibilità di trasportarli con la nostra ambulanza a una struttura ospedaliera di fiducia (citata perfino nella Guida Lonely Planet al tempo dei turisti dal palato fine) per la chirurgia e la rianimazione. A Korhogo c'è l'elettricità, l'acqua corrente e le strade, dunque è possibile limitare la mortalità di questa popolazione, è possibile intervenire al primo allarme d'epidemia (siamo nell'Africa della febbre gialla, la "cintura" della meningite ci copre, morbillo e colera sono sempre in agguato). "Petit-Paris" è il nome di un quartiere popolare nord-orientale di Korhogo, e "Petit-Paris" è chiamato il centro di salute sostenuto da MSF e che ospita una attivissima maternità: nell'ultimo mese sono stati registrati 250 parti e 770 consultazioni pre-natali! Il personale locale è preso in carico con una formazione quotidiana e contratti di lavoro basati su reciproci diritti e doveri, gli edifici, gli ambienti interni e le suppellettili sono curati e migliorati in maniera continua.

Alle 18 si chiude l'ufficio e le Toyota bianche rientrano alla casa ombreggiata di bougainville. La sera di Korhogo non riserva grandi emozioni, a parte una birra al maquis o una pizza "chez Soro", ci aspettano ore tranquille, da passare discutendo sugli effetti del Lariam o a lamentarci degli amici che ci hanno già dimenticati dopo le prime settimane di lontananza. Il senoufo o il malinké sembrano lingue troppo difficili da imparare, e il francese è una lingua di mediazione anche per noi che siamo come sempre un po' profughi, un po' isolati, ma coscienti che i bisogni a cui stiamo rispondendo sono talmente chiari, talmente essenziali che restare è necessario, forse pure introdurre dei progetti verticali (HIV/Aids), fino al momento in cui una forma di responsabilità pubblica non sia capace di rifarsi carico delle questioni della sanità. Fino a quel momento si puo' dunque accettare di venir risvegliati bruscamente da Aissa alle 6,30 del mattino.

Gianfranco

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