21 Ottobre 2008

MIN-GLAA-BÀ!

Sicuramente non si scrive così, ma se volete salutare in Birmania lo dovete pronunciare come sopra, e lentamente perché altrimenti nessun cenno di risposta vi tornerà indietro.

Devo essere franca e sincera: a conclusione della mia missione, stavolta mi sento come appena tornata dalla Luna. Riemergere dalle acque del Delta birmano in cui sono stata, se non proprio immersa almeno circondata, per più di due mesi mi ha fatto vedere Bangkok (per dove sono frettolosamente passata) come una qualunque città europea. Pubblicità, macchine, cellulari, luci, giornali, notizie, negozi,...

Il fatto che io non possa leggere né parlare in Tailandia non è un gran problema: questi sono gli "handicap" con cui ho convissuto per 3 mesi trascorsi in Birmania e a cui ho fatto l'abitudine. Le percezioni sensoriali ormai vanno oltre le capacità già acquisite e se adesso mi diceste "prova a parlare di sentimenti con la prima persona che incontri per strada ma che non parla, scrive e conta come te", ne sarei in grado. Già, perché questo sento di aver fatto in Birmania: condividere idee, opinioni, sentimenti con persone di un altro pianeta. In Myanmar la gente non si immagina il nostro mondo, non riceve informazioni alla velocità della connessione a internet, non segue annoiata i piccanti pettegolezzi internazionali di mezza estate riportati dai giornali, non è indecisa a selezionare una tra 1000 canzoni nel proprio lettore mp3. In Birmania tutto è estremamente lento.

Eppure la gente fa lo sforzo di conoscenza con incredibile costanza e pazienza (rassegnazione?!). Sopporta zitta, lamentandosi a volte ma sempre con estrema dignità. Non c'è rabbia o dolore perché buddismo e meditazione controllano tali emozioni al punto di annullarli. Perfino l’autista, che sia di camion di auto o di risciò a pedali, nei momenti liberi legge e poi cerca di farti domande sul mondo esterno, inaccessibile, quello da cui sei venuta tu e dove avrai il naturale privilegio di ritornare. Una battuta per tutte da un ufficiale dell'immigrazione all'aeroporto di Yangon, che mi ha portata nel suo asettico ufficio perché non ho capito bene quale delle tante autorizzazioni mi mancava: "non si preoccupi, che tanto per gli stranieri non è un problema ottenere il visto di uscita, mica come per i birmani!!!". Battuta crudele o semplicemente veritiera?

Va a finire così che la gente birmana è cosciente del proprio stato di costrizione, ma con intelligente ostinazione legge libri (costosi tutti), ascolta la radio (il canale inglese è sempre malamente sintonizzabile) e si raduna nei "tea shop" a conversare e guardare l'unica cosa ammessa e concessa in tempo reale: le partite di calcio, anche quelle della Champions League!!! Il mio staff mi consiglia letture quali quelle di Camus, Steinbeck, Dumas. Libri letti da loro in tempi recenti, ma acquistati dai loro genitori tanto tempo fa. Ed ogni tanto le “autorità” locali decidono di ritirare i libri (o i film in DVD, piratati perché non c’è nessuna legge sul copyright) occidentali, o di imporne un prezzo impossibile, per limitare al massimo la conoscenza di un mondo che vogliono far risultare proibito ai birmani.

In un'atmosfera del genere non stupisce che la gente colpita dal ciclone, a 3 settimane dalla tragedia, non urlasse affatto il dolore del passato evento, la fame del momento, la disperazione del futuro incerto. Anzi durante le mie visite venivo accolta come un extraterrestre, capitato a volte per la prima volta in uno di questi villaggi che fino a prima di Nargis conosceva solo il lavoro nei campi di riso.

Il Delta produce riso per tutta la Birmania. E in Birmania si mangia riso a colazione, pranzo e cena. Ci fanno pure la farina e i dolci. Moltiplicate per 60 milioni di persone che vivono in Myanmar, pensate al recente incremento del prezzo del riso (e correlate proteste) e vedete voi quanto è importante e potenzialmente ricca questa regione. Ed ora si dice che la terra stia venendo riorganizzata per dare il massimo profitto a ... chi non si sa, ma di sicuro non alle famiglie dei proprietari (morti durante il ciclone) o ai sopravvissuti (che spesso ancora ricevono cibo dalle organizzazioni umanitarie, a 3 mesi dalla tragedia!).

A tutta questa complessità geopolitica nel Delta fa da contrasto il paesaggio naturale: estremamente semplice e monotono, silenziosamente ripetitivo, scarno e scarmigliato. Sembra che qualcuno abbia passato un rastrello gigante, pettinando gli alberi e lasciando qua e là in mezzo ai rovi la sporcizia dei villaggi distrutti. Un ciclone che pialli una terra così piatta provoca innanzitutto il risultato di monodirezionare gli alberi: le palme uniorientate dalla furia del vento sembrano girasoli d’estate. I villaggi sono ora identificabili solo in cumuli marcescenti di precedenti costruzioni in bambù e grandi foglie seccate usate per le coperture. I colori sono slavatissimi: l'acqua del fiume marrone, il fango grigio della sponda dei fiumi scoperto durante la quotidiana bassa marea, il cielo spesso biancastro con pioggia battente, l'erba di un verde stranamente troppo brillante. Ed ogni tanto una pagoda, con la tipica copertura dorata, scalfita da

qualsiasi cosa fosse portata a quelle altezze dal vento e dall’acqua la notte del ciclone.

A Yangon, a lavorare nella zona industriale tra capannoni magazzini e porti mercantili mi sembrava di essere un po’ come in un film di Hitchcock, dove il protagonista principale (e scusate se me ne assumo temporaneamente il ruolo) si trova in una dimensione sfalsata rispetto a quella di tutti gli altri che gli si muovono attorno, in un mondo che non può condividere perché da esso totalmente isolato, vuoi per la lingua, vuoi per la situazione. Invece navigando per ore attorno a questo che più un delta appare un arcipelago e visitando solo villaggi distrutti ho avuto la sensazione di essere nell’ambientazione di un racconto del terrore di Poe, dove l’evento terribile è già passato ed ora si vive nella realtà scioccante cui si assiste senza volerci credere. Un'aura di incertezza destabilizza il lettore che non sa come e quando sarà l'apice del tragico. La bassa marea giornaliera mette a nudo gli scempi del ciclone: resti di sacchi di riso hanno lo stesso colore dei brandelli di corpi umani impigliati per sempre tra le mangrovie, mentre sulla battigia i crani vengono fatti rotolare pigramente come noci di cocco.

Nei villaggi più colpiti, la società è stata completamente cambiata: non più donne, né bambini, né anziani. Solo chi ha avuto la forza di rimanere aggrappato agli alberi durante la notte delle onde, del vento, dei marosi è ora vivo : quindi giovani uomini tra i 20 e i 50 anni, come una guerra al contrario. Ed i segni che portano sono graffi sugli avambracci che stringevano qualsiasi cosa potessero avvinghiare per non venir trascinati via dalla corrente e dalle onde. Una donna ci ha raccontato di essere stata trasportata dall’acqua fortunatamente senza annegare. Il giorno dopo, quando si è “risvegliata”, ha cercato di ritornare al proprio villaggio. Ci ha messo 2 giorni di navigazione per ritrovarlo, tanto era finita distante e tanto diverso appariva tutto!

I centri di accoglienza per gli sfollati non hanno avuto gran durata: a un mese dal ciclone i militari cacciavano fuori le persone, sbarcate poi sulle rovine dei loro villaggi.

La gente quindi piange i propri parenti, che rappresentano il passato, ma anche i bufali che rappresentano il futuro: sono loro infatti che muovono gli aratri anche immersi in mezzo metro di fango. D’altra parte se ci penso bene un bufalo è molto meglio di un trattore a motore: non consuma, non ha bisogno di manutenzione e si può anche riprodurre! Comprensibile quindi che una donna si sia lamentata con me facendomi intendere con le dita delle mani che nel suo villaggio ne hanno persi ben 29.

Un altro problema per queste persone, prevalentemente contadine, è costituito dal fatto che tutte le messi sono state inondate dal ciclone: i granai che contenevano le semenze di riso sono stati distrutti, o più fortunatamente scoperchiati, ma comunque ammollate dall’acqua che ha pervaso tutto. Nessuno è riuscito a farle seccare; nemmeno coprirle con i teli di plastica (che le organizzazioni umanitarie hanno invece distribuito per costruire case) è servito a molto: troppo umido e i monsoni appena iniziati non hanno portato lo sperato sole, ma molta pioggia, come prevedibile. Quindi il ciclone avrà un impatto non solo sul breve termine, ma anche e soprattutto sul lungo periodo.
Francesca, watsan

 

Notizie & Pubblicazioni correlate