Continueremo ad affrontare enormi difficoltà .

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Intervista con il responsabile di MSF per l’emergenza in Pakistan, Vincent Hoedt

A quasi quattro settimane dall’inizio delle operazioni di soccorso, come descriveresti la situazione?

Dopo aver affrontato le priorità iniziali stiamo adesso cominciando a occuparci di problemi a più lungo termine. Da una parte c’è un sistema sanitario al collasso e dall’altra ci sono le aumentate necessità mediche della popolazione, indebolita da tutta una serie di fattori: mancanza di ripari, esposizione alle intemperie, mancanza di cibo e acqua potabile, condizioni igieniche precarie e stress psicologico. Quante persone decideranno di spostarsi, andando in cerca di soccorso? E che succederà se i posti che raggiungeranno saranno privi di assistenza medica? Questi sono gli interrogativi maggiori. E questi fattori di rischio riguardano un’area enorme, di difficile accesso e con una popolazione numerosa. In sintesi, continueremo ad affrontare enormi difficoltà ancora per parecchio tempo.

Quali sono le sfide pratiche che i team sul terreno devono affrontare per portare i soccorsi alla popolazione?

Portare i soccorsi in circostanze come queste vuol dire trovarsi la gente in fila davanti al deposito di MSF perché si è accorta che stiamo caricando le tende su un furgone e tu dici: “Mi dispiace ma queste tende sono destinate a un altro villaggio dove c’è gente che ha perso tutto”. Ma le persone disperate ti rispondono: “Perché non mi date una tenda?”. Ed è fuori di dubbio che anche loro ne hanno bisogno. È in questo modo doloroso che stabiliamo le priorità durante le distribuzioni. Significa trovarsi davanti una povera nonna che si deve occupare di tre bambini piccoli perché tutti gli altri familiari sono morti. In una situazione di questo tipo, sarebbe difficile darle il kit con gli utensili dicendole di andare a ricostruirsi la casa oppure dirle: “C’è una postazione sanitaria che si trova a neanche dieci chilometri più a valle”.

Qual è stato l’impatto psicologico del terremoto sui superstiti?

Si potrebbe pensare che la salute mentale non sia una questione di vita o di morte e invece è un problema enorme ed è difficilissimo aiutare le persone traumatizzate. Sulle montagne ho visto un bambino che dal momento del terremoto aveva smesso di parlare. Ho visto persone prive di ogni speranza nel futuro perché avevano perso la casa e buona parte della famiglia e il tessuto sociale di riferimento. Metà delle persone che avrebbero potuto aiutarle in qualche modo si stanno ancora riprendendo. Questa è essenzialmente la crudele realtà sul terreno.

Il segretario generale delle Nazioni Unite ha lanciato un allarme dicendo che se non vengono inviati immediatamente nuovi aiuti ci sarà una seconda ondata di vittime. Condividi la sua opinione dal punto di vista medico?

In qualsiasi emergenza in cui si verifichino condizioni igieniche precarie, poche cure sanitarie e tante persone che vivono una sull’altra all’interno dei campi sfollati, si deve sempre essere pronti ad eventuali epidemie di malattie contagiose. A parte qualche caso di tetano, del tutto normale in una situazione come questa, in cui ci sono tanti feriti, non abbiamo finora riscontrato focolai epidemici di alcun tipo. Vi sono stati alcuni casi isolati di morbillo in qualche villaggio ma niente che possa essere definito un’epidemia. Tuttavia, in una situazione come questa, un paio di casi possono anche degenerare rapidamente in un’epidemia e per questo motivo abbiamo inserito nelle nostre attività sanitarie anche le vaccinazioni antimorbillo per i bambini. Specialmente nei campi sfollati, il rischio è quello di avere ogni sorta di malattie infettive provocate unicamente dal fatto che persone troppo deboli vivono troppo a lungo in uno spazio troppo ristretto e in cattive condizioni igieniche. Ma questo è proprio quello che stiamo cercando in tutti i modi di evitare. Per esempio, nei campi sfollati di Muzaffarabad, i nostri esperti di acqua e igiene hanno predisposto delle latrine e MSF fornisce acqua potabile trattata con cloro a migliaia di persone. La clorazione dell’acqua è fondamentale per bloccare perlomeno le malattie che si trasmettono attraverso l’acqua.

Vaste aree della regione colpita dal terremoto si trovano in una zona densa di conflitti, fortemente militarizzata. Questo ha in qualche modo condizionato MSF nel portare gli aiuti ai terremotati?

Finora le limitazioni riscontrate da MSF nel raggiungere i terremotati sono solo di natura fisica, nel senso che il terreno montuoso accidentato, le strade distrutte e le limitate possibilità di trasporto aereo costituiscono i maggiori ostacoli. Il governo pachistano ci sostiene fornendoci gli elicotteri, ma poiché sono pochi quelli disponibili il lavoro resta comunque molto difficile.

Si sta progettando di trasferire migliaia di superstiti dai loro villaggi isolati nelle montagne ai campi sfollati per proteggerli dal rigido inverno himalayano. Ritieni che sia il modo giusto di affrontare il problema?

Già migliaia di persone sono state sfollate e altre ancora lo faranno in modo volontario. Attualmente si trovano negli eliporti, negli stadi, in vecchi edifici scolastici e nei campi universitari. Quindi se il governo intende offrire qualcosa di meglio a queste persone, per esempio dei campi decenti, aumentando così le loro possibilità di farcela in questa situazione, allora il principio in sé è buono. E se in questi campi ci fosse la necessità di cure sanitarie, MSF deve occuparsene, se nessun altro lo fa. Incoraggiare le persone a lasciare le aree di difficile accesso, per raggiungere un campo di raccolta sfollati non è di per se un fatto negativo, a condizione che le persone abbiano realmente la possibilità di scegliere. Ma arrivati a questo punto il problema si fa molto difficile: la gente ha il diritto di dire “dovete portarci gli aiuti qui perché questa è la mia casa, qui c’è la mia terra ed è qui che voglio ricostruire la mia casa”? Oppure chi porta i soccorsi ha il diritto di dire: “Scusate ma non possiamo portare gli aiuti fin lì. Per ricevere gli aiuti dovete lasciare i vostri villaggi”? E’ molto difficile tracciare una linea netta su questo tema.

Il principio guida di MSF è che le persone hanno il diritto di fare le loro scelte. In teoria gli aiuti dovrebbero metterle in condizioni di recuperare la dignità e la capacità di fare quelle scelte. Ma in realtà i nostri aiuti – il materiale, lo staff, la capacità logistica – sono limitati. Alla fine, MSF organizza un ambulatorio mobile in un villaggio e dice alla gente dei villaggi vicini di andare lì se hanno bisogno di un medico. Anche se si tratta solo di cinque chilometri, è come dire alle persone: “Scusate abbiamo deciso al vostro posto collocando la struttura sanitaria qui e non lì”. In un mondo ideale è facile dire “No ai grandi campi sfollati, grazie, a meno che non siano le persone a volerci vivere”. Ma io credo che dobbiamo accettare il fatto che gli aiuti siano sempre selettivi, in qualche misura. E le scelte delle persone sono più limitate di quanto vorremmo.

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