Darfur: continuano tensione e insicurezza.

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Gabriel Trujillo, responsabile dei programmi di MSF in Sudan, è appena tornato dal Darfur. Le popolazioni sfollate continuano a vivere in una condizione di estrema precarietà, costantemente sottoposte a violenze e tensioni permanenti.

Qual è lo stato attuale delle nostre attività in Darfur?

Nel Darfur Occidentale, l’insicurezza non solo perdura ma aumenta tanto dentro quanto fuori dai campi per gli sfollati. Gli sfollati sono inoltre sottoposti a una continua pressione circa la possibilità di un eventuale ritorno. Al tempo stesso, non possiamo fare a meno di constatare l’assenza di una soluzione politica a questo conflitto. La nostra presenza, pertanto, in un simile contesto di estrema tensione e insicurezza, continua a essere indispensabile.

All’inizio dell’intervento di MSF in Darfur – tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004 – i bisogni delle popolazioni civili in fuga dalla violenza e dai combattimenti erano enormi. Per questo abbiamo messo in piedi delle attività mediche, nutrizionali e sanitarie di grande ampiezza, la più importante operazione d’urgenza di MSF da 10 anni a questa parte.

Da allora, la situazione è evoluta. Il numero degli attori umanitari sul terreno si è moltiplicato. Gli indicatori epidemiologici mostrano che i bisogni sanitari e nutrizionali delle popolazioni sfollate sono attualmente complessivamente coperti. Ma una visione puramente contabile della situazione non è sufficiente per decidere delle nostre attività. Gli indicatori numerici (tasso di mortalità, copertura dei bisogni nutrizionali, ecc.) sono, certamente, al di sotto della soglia d’urgenza. Ma le popolazioni sfollate nei campi continuano a vivere in una situazione di reale precarietà, e delle disparità sussistono tra i tre stati del Nord Darfur, del Sud Darfur e del Darfur Occidentale.

Qual è l’assistenza fornita alle popolazioni da MSF?

Nel Darfur Occidentale, stiamo proseguendo le nostre attività di assistenza medica a circa 300.000 persone, di cui la metà sfollati, a El Geneina, Mornay, Zalingei e Niertiti.

Nell’ospedale di El Geneina, tra le altre cose, abbiamo riabilitato il blocco chirurgico e sosteniamo il servizio pediatrico. Sospenderemo le attività alla fine del mese di settembre, poiché questa struttura del ministero della salute può ormai funzionare senza la nostra presenza, anche grazie alla presenza di altre organizzazioni all’interno dell’ospedale.

Manteniamo invece la struttura sanitaria che abbiamo creato a Mornay, una piccola città che accoglie però circa 70.000 sfollati. La nostra attività di assistenza medica è qui sempre molto intensa, con più di 6.000 consultazioni mensili. Continuiamo ugualmente la nostra assistenza medica a Zalingei, dove abbiamo un centro medico in un campo di sfollati e dove lavoriamo per il servizio pediatrico dell’ospedale, così come a Niertiti, nelle propaggini del Jebel Mara, nel cuore del Darfur, dove gestiamo un centro medico con letti per il ricovero.

Sul piano nutrizionale, curiamo alcuni bambini gravemente malnutriti a Mornay, Zalingei e Niertiti. A Mornay, abbiamo assistito a un aumento dei ricoveri a luglio, in seguito alla sospensione delle distribuzioni di cibo da parte del Programma Alimentare Mondiale (PAM) per diverse settimane, e abbiamo dovuto quindi riaprire il nostro Centro Nutrizionale Terapeutico (CNT). A Zalingei la malnutrizione è soprattutto dovuta a casi di diarrea durante la stagione delle piogge, così come a Niertiti. Là ci arrivano bambini che provengono da Jebel Mara, dove il PAM non effettua più distribuzioni di cibo, ma dove le popolazioni possono coltivare. Così, a parte qualche ricovero molto puntuale, non rileviamo problemi nutrizionali per la popolazione.

Come cambierà la presenza di MSF?

Abbiamo iniziato una serie di attività di assistenza medica mobile nel Jebel Mara. Una volta alla settimana, portiamo un nostro dispensario mobile alle due enclavi di Thur e Kuthrum. La prima è controllata dal governo del Sudan, la seconda dalle SLA – uno dei movimenti ribelli del Darfur – e ciascuna raggruppa circa 25.000 persone. È difficile immaginare il livello della violenza che subiscono, ma quello che è certo è che il loro isolamento nello Jebel Mara ha privato queste enclavi dell’accesso alle cure mediche. Per questo, cercheremo di aumentare la frequenza delle nostre visite.

Infine, rafforzeremo le nostre attività di assistenza medica per meglio rispondere alle violenze commesse contro le donne a Mornay, Zalingei e Niertiti. In effetti, la violenza che perdura nei campi di sfollati colpisce soprattutto le donne. A titolo d’esempio, al pronto soccorso dell’ospedale che gestiamo a Mornay, le infezioni respiratorie sono la principale causa di ricovero (13% dei pazienti). Ma immediatamente dopo, troviamo le violenze, con l’11% dei pazienti che sono vittime dirette di violenze (ferite, bruciature) e il 3%, appunto, sono vittime di violenze sessuali.

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