Darfur: la rinnovata violenza minaccia il già inadeguato aiuto internazionale.

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Il direttore dei programma di Medici Senza Frontiere (MSF), Denis Lemasson, è appena tornato dal Sudan e in un’intervista illustra la preoccupante situazione.

Che forma ha preso questa nuova esplosione di violenza in Sudan?
Diversi incidenti negli ultimi mesi indicano un peggioramento della situazione in tutto il Darfur. Il numero di gruppi armati è aumentato, in parte in seguito alle divisioni interne tra il governo e le truppe che lo sostengono, i gruppi dissidenti, i ribelli e altri che si sono scontrati a più riprese. Nelle ultime settimane, abbiamo anche osservato azioni della criminalità organizzata e altre attività criminali che hanno colpito in particolare le organizzazioni di aiuto internazionali. Almeno cinque operatori umanitari internazionali sono stati uccisi nelle ultime tre settimane. MSF ha avuto quattro gravi incidenti. Mentre stato visitando Mornay, è arrivata un nostro team. Erano stati attaccati e picchiati lungo la strada e la loro auto colpita con armi da fuoco.


In che modo ciò ha colpito la popolazione?
Dopo quell’incidente, siamo stati costretti a sospendere i trasferimenti sulla strada per El Geneina. Se un paziente dovesse arrivare oggi a Mornay e avesse bisogno di un’operazione, non saremmo in grado di trasferirlo. Abbiamo anche dovuto sospendere il lavoro delle nostre cliniche mobili che assistono le popolazioni nomadi. In altri luoghi, abbiamo dovuto evacuare interi team. Non possiamo far correre loro il rischio di essere uccisi. I civili sfollati e isolati sono colpiti in modo diretto da ogni riduzione dell’aiuto internazionale. A più di tre anni dalle uccisioni del 2003 e dagli esodi di massa della popolazione, ciò che colpisce è che le popolazioni stanno ancora vivendo lo stato d’emergenza causato da quel conflitto. Gli sfollati hanno gli stessi bisogni di allora e dipendono completamente dall’aiuto internazionale per cibo, acqua, cure sanitarie e alloggi. Quando le persone si allontanano dal campo, corrono ogni giorno il rischio di essere picchiate, violentate o uccise. Abbiamo visto diversi incidenti del genere lungo il perimetro dei campi, in particolare a Zalingei e Niertiti. Obbligati a trasferirsi nei campi, gli sfollati oggi non hanno possibilità né prospettive di ritornare ai loro villaggi. La sopravvivenza è difficile per le popolazioni nomadi e gli abitanti di villaggi isolati, perché il conflitto ha fermato le migrazioni del bestiame e gli scambi tra le comunità.


L’aiuto internazionale è stato ridotto?

L’aiuto internazionale era già inadeguato rispetto ai bisogni e sta diminuendo, in particolare nei campi sfollati. Nel corso dell’ultimo anno, abbiamo osservato una riduzione dei finanziamenti, del numero delle organizzazioni umanitarie e una riformulazione dei programmi dai bisogni dell’emergenza allo sviluppo. Solo a maggio, il World Food Program (WFP) ha tagliato della metà le distribuzioni di cibo, il che minaccia di peggiorare una situazione nutrizionale già pericolosa. L’attuale distribuzione di acqua è inadeguata. C’è grande bisogno di cure sanitarie, sia in termini di visite mediche che di ricovero ospedaliero per i casi più gravi. Per di più, se i problemi di sicurezza provocano la chiusura dei programmi e la partenza di altri attori, i bisogni basilari per la sopravvivenza non saranno soddisfatti. Per questo chiediamo che i gruppi armati sul campo non interferiscano con il lavoro delle organizzazioni di aiuto umanitario.

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