Iraq. La storia di Abla la fame e la fuga dall’ISIS

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I nostri team stanno rispondendo ai bisogni medici delle popolazioni sfollate nelle aree fuori Kirkuk, in Iraq. Nel primo insediamento vicino a Tuz Kurmato, da un anno gli sfollati stanno lottando per far fronte alle difficili condizioni di vita e al difficile accesso alle cure mediche. A Mahla, abbiamo curato persone che sono fuggite di recente dalle aree controllate dall'ISIS, in particolare abbiamo trattato alcuni casi di malnutrizione infantile. I movimenti degli sfollati sono limitati mentre le autorità non registrano i loro documenti, loro non possono accedere facilmente all'assistenza sanitaria. Come è successo alla famiglia di Abla.

Quando Abla ha portato suo figlio alla clinica MSF per la prima volta, il braccialetto che misura la circonferenza del braccio del bambino mostrava un preoccupante colore arancione. La visita ha rivelato una malnutrizione acuta moderata ed era a un passo dalla necessità di ricevere cure ospedaliere.  Un controllo medico regolare e un’alimentazione integrativa per supportare il regolare allattamento al seno gli hanno permesso di prendere due chili. Anche Abla ha ricevuto un’alimentazione integrativa per aumentare la capacità di allattare al seno il suo piccolo.

Abla è seduta per terra, appoggiata a una pila di coperte colorate e fogli. Dall’altro lato della stanza, un topo corre dietro un mucchio di pentole accatastato contro un muro di cemento nudo. Questo è il suo racconto:

“Quando sono arrivata qui il mio bambino aveva solo pochi giorni di vita. Vengo da un villaggio vicino a Hawija. Da quando è arrivato l’ISIS, tutti gli uomini hanno dovuto abbandonare il proprio lavoro. Mio marito ha perso il lavoro e abbiamo iniziato a vivere consumando i nostri risparmi. Avevamo una casa confortevole, non era grande ma avevamo tutto ciò che ci serviva, un frigo, un freezer, fornelli. Avevamo anche un pezzetto di terra e qualche animale; avevamo abbastanza. Ovviamente non potevo permettermi pannolini e latte in polvere, ma avevamo abbastanza cibo. Poi l’ISIS ha iniziato a chiederci soldi e cibo, ci hanno portato via due pecore e sacchi di grano. Poco dopo ci hanno tagliato le forniture di energia elettrica e gas. Non potevamo camminare per le strade senza i nostri mariti e senza indossare il khimar (il velo tradizionale che lascia intravedere solo gli occhi).

Mio figlio è nato nel villaggio con l’aiuto delle ostetriche del posto.  Per fortuna tutto è andato bene perché a Hawija ci sono pochi dottori disponibili. Sono stata visitata da un dottore solo tre mesi prima del parto.  Gli attacchi aerei iniziavano all’ora della preghiera ogni mattina e ogni sera…durante il travaglio sentivo il rumore dei bombardamenti all’esterno, era terrificante.

Quando l’ISIS si è stabilito nel villaggio, il posto è diventato bersaglio di attacchi. Un giorno ci hanno detto di andare via perché era probabile che avvenissero pesanti combattimenti.  Abbiamo trascorso tre giorni nascosti nei campi, sperando che a un certo punto i bombardamenti si fermassero e saremmo potuti tornare alle nostre case, o almeno alle case che erano ancora rimaste in piedi dove l’ISIS si era stabilito. È stato davvero spaventoso!

Il terzo giorno eravamo a corto di cibo e acqua ed era ormai chiaro che non saremmo potuti ritornare a casa. Così abbiamo deciso di scappare attraverso le montagne per cercare di raggiungere Kirkuk. Ci è voluto un giorno. Siamo stati inseguiti dai combattenti ISIS ed ero terrorizzata dal fatto che avrebbero potuto uccidere i miei figli e mio marito e fare di me una schiava. Al calare della notte l’auto si stava arrampicando su per la collina, pioveva a dirotto. Arrivati in cima, abbiamo visto i Peshmerga che sparavano alla macchina dell’ISIS che ci stava inseguendo. Ci siamo salvati per un pelo!

Speravamo di raggiungere Kirkuk ma ci siamo dovuti fermare e cedere i nostri documenti. Siamo qui da due mesi ma non abbiamo ancora riavuto indietro i documenti. Senza documenti mio marito non può trovare lavoro e non possiamo andare dai nostri parenti a Kirkuk. Abbiamo finito i soldi, viviamo grazie alle donazioni, un po’ di riso e fagioli e olio. Prima che MSF aprisse la clinica qui, ero preoccupata per i bambini. Sapevo che c’era qualcosa che non andava, che stavano perdendo peso e che non stavano crescendo bene. Non avevo abbastanza latte per  il mio bambino più piccolo. Adesso è un sollievo vederlo diventare più forte ogni giorno che passa”. 

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