La popolazione subisce il ritorno dei gruppi armati nella città di Bambari

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La popolazione subisce il ritorno dei gruppi armati nella città di Bambari

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Sotto il portico di un palazzo abbandonato nel quartiere di Kidjigra, C. siede con i suoi 11 bambini. È arrivata qui due mesi fa, quando a Bambari, in Repubblica Centrafricana, è tornata la violenza. È dovuta fuggire dal campo per sfollati interni, dall’altro lato del fiume Ouaka, dove aveva trovato rifugio e aveva vissuto nei quattro anni precedenti.

“Lo scorso maggio, uomini armati sono arrivati nel campo e hanno iniziato a minacciare le persone. Hanno rubato tutto quello che ci restava: una bicicletta e delle anatre” racconta. “Da allora, abbiamo cercato di sopravvivere qui, vendendo legno per nutrire la famiglia”.

Dallo scoppio dell’ultima ondata di violenza che ha colpito Bambari a maggio del 2018, ci sono tante storie come quella di C. Alle 40.000 persone che già vivevano all’interno dei campi per sfollati e nella periferia della città, si sono aggiunte altre 3.000 che hanno dovuto lasciare le proprie case tra maggio e giugno per fuggire dagli scontri. Il periodo di relativa calma che la città aveva conosciuto in seguito all’operazione di disarmo delle Nazioni Unite MINUSCA, lanciata a febbraio 2017, è finito il 14 maggio 2018, quando i gruppi armati hanno ripreso rapidamente il controllo della città.

Violenze e crimini quotidiani

Adesso, due gruppi armati controllano una parte della città, con il fiume Ouaka che disegna un confine naturale tra le due sponde e le comunità. Ma, da entrambe le parti, l’obiettivo principale delle milizie che assediano la città sono gli oggetti personali degli abitanti. Crimini violenti sono diventati una realtà quotidiana per gli abitanti di Bambari.

“I problemi che stiamo affrontando adesso non hanno niente a che fare con la religione o l’etnia; le persone sono molestate e attaccate per quello che posseggono. Adesso che non ho più niente non ho più problemi. Non ho soldi, né una bicicletta, né una motocicletta, e nemmeno un cellulare” dice C.

L’ospedale di MSF si trova tra queste due zone. Le équipe hanno toccato con mano le conseguenze di questa violenza incessante. A partire da maggio, hanno curato oltre 70 pazienti con ferite di pistola o di armi affilate.

A. è uno di loro. È musulmano e si è trovato in mezzo a una sparatoria insieme a suo fratello, che è morto sul colpo. A. è stato ferito da un proiettile alla gamba. Mentre veniva curato all’ospedale di Bambari, ha visto in due occasioni gruppi di uomini armati entrare nella struttura.

“La prima volta è stato il 15 maggio. Gli uomini armati sono entrati nell’ospedale e ci siamo nascosti sotto i nostri letti. I pazienti di fede cristiana ci hanno aiutato molto e fortunatamente lo staff dell’ospedale ha convinto il gruppo a non entrare nella stanza in cui ci trovavamo” ricorda.

“Tre settimane dopo, un altro gruppo armato è entrato in ospedale. Questa volta, appena abbiamo sentito che stavano arrivando, siamo scappati. Eravamo troppo preoccupati per quello che poteva succedere. Poiché non potevo camminare con la mia gamba ferita, gli altri mi hanno messo su un lenzuolo e trasportato con quello”. Dopo questa doppia incursione, nell’ospedale sono stati trovati 21 bossoli.

Poche settimane dopo, A. finalmente decide di tornare in ospedale per curare la sua ferita che stava peggiorando. “Dovremmo sempre sentirci sicuri in ospedale, ma con quello che è successo, sappiamo che anche qui non siamo immuni dalla violenza”.

La nuova ondata violenza sta avendo un impatto non solo sulle persone ferite negli scontri, ma anche sull’accesso generale ai servizi sanitari. A causa dell’insicurezza, i centri che supportiamo e che si trovano nel quartiere di Elevage sono rimasti chiusi per più di una settimana, privando i residenti dell’assistenza sanitaria di base locale. Gli uomini armati hanno approfittato della chiusura per saccheggiare il centro, rubando, tra le altre cose, il frigorifero in cui erano conservati i vaccini per i bambini e per le donne incinte.

Troppo spaventati per raggiungere l’ospedale

L’ospedale di Bambari ha anche registrato un’ampia diminuzione delle sue attività. Il numero di bambini ammessi all’ospedale è passato da più di 230 ad aprile a solo 70 a giugno.

Ci sono state due settimane in cui c’erano stanze di nutrizione vuote perché le persone erano troppo spaventate per venire in ospedale” Kate Infermiera

 

Narcisse, una sua collega, fa una valutazione simile quando parla del reparto di chirurgia: “Dopo la pausa a luglio le nostre attività sono tornate alla normalità, ma molti pazienti sono arrivati in uno stato critico. Non sono stati capaci di venire prima a causa dell’insicurezza. Abbiamo perso un paziente con un ascesso al dente, peggiorato così tanto da non poterlo salvare. E un altro paziente aveva la gamba totalmente in cancrena, perché la ferita provocata dal colpo di pistola non era stata curata in modo adeguato”.

Durante le ultime settimane, gli scontri si sono ridotti a colpi di pistola sporadici e il traffico in città adesso sembra essere tornato normale. Ma le persone vivono ancora temendo attacchi indiscriminati. Il recente scoppio delle violenze ha lasciato gli abitanti di Bambari, già profondamente provati dal conflitto del 2013-2014, con un’amara sensazione di déjà-vu.

“Già nel 2014, siamo dovuti scappare dalle nostre case per la minaccia dei gruppi armati. Ora dobbiamo lasciare i campi sfollati. Cerco di non perdere la speranza, soprattutto per i miei figli, ma scappare continuamente da un posto all’altro mi ha tolto tutte le forze”, ammette C. con il volto stanco di chi ha speso anni cercando di fuggire dalla violenza.

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