Lampedusa.

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Luciano Grisio è un medico e lavora in un Pronto Soccorso di un ospedale italiano. Da alcune settimane si trova in missione con MSF a Lampedusa, per assistere gli stranieri che sbarcano sull’isola. In quest’intervista ci racconta la sua esperienza.

Come medico di MSF hai assistito a diversi sbarchi, puoi dirci chi sono e in quali condizioni di salute si trovano gli stranieri che arrivano a Lampedusa?

I migranti che sbarcano a Lampedusa provengono principalmente dai Paesi del Magreb, del Medio Oriente e dell’Africa Occidentale (Nigeria, Ghana) anche se alcuni sono partiti perfino dal Pakistan e dal Kashmir. Si tratta in maggioranza di uomini, spesso molto giovani, ma alcuni hanno anche i capelli grigi, insieme ad una robusta minoranza di donne e bambini.

Hanno iniziato il viaggio che li ha condotti in Italia molti mesi, talvolta anche uno o due anni prima e si fermano, periodicamente, in paesi di passaggio per lavorare e mettere da parte il denaro che consente loro di proseguire il viaggio. Giungono al molo in genere molto provati, assetati, alcuni disidratati, con eritemi cutanei dovuti al sole ed alla salsedine, con ustioni da benzina usata come combustibile sui gommoni, parecchi con infezioni delle vie respiratorie.

Molti appaiono rassegnati, senza energie.

Come si svolge il lavoro e l’attività di assistenza medica di MSF al porto?

Il team di MSF a Lampedusa è costituito da due medici, un’infermiera e un mediatore culturale. La Guardia Costiera o la Guardia di Finanza ci informano dell’imminente arrivo di un’imbarcazione, quindi ci dirigiamo al molo del porto a bordo della nostro furgone adibito a clinica mobile. La clinica trasporta farmaci di prima necessità e per le urgenze, materiale per medicazioni e generi di conforto (acqua, tè, biscotti). MSF è responsabile della prima assistenza sanitaria ai migranti sbarcati al molo o in qualsiasi altra parte dell’isola.

La nostra attività consiste nell’effettuare, subito dopo lo sbarco a terra, un accurato primo screening medico: dividiamo gli arrivati fra coloro che hanno bisogno di cure immediate e quelli che stanno relativamente bene. Quelli che necessitano di un intervento medico vengono visitati e sottoposti alle terapie del caso a bordo della clinica mobile o, se le loro condizioni lo richiedono, inviati in ambulanza al Pronto Soccorso dell’isola.

Nelle ultime settimane nel canale di Sicilia sono stati registrati una serie di sbarchi tragici, in cui un numero imprecisato di persone ha perso la vita: oltre che medico di Pronto Soccorso sei anche uno psicoterapeuta, puoi dirci qualcosa rispetto alle condizioni degli stranieri all’arrivo da un punto di vista psicologico?

Purtroppo i naufragi continuano a susseguirsi ed il numero delle vittime continua ad aumentare.

I migranti affrontano la traversata del Canale di Sicilia in condizioni del tutto precarie a bordo di gommoni messi insieme in maniera approssimativa, sovraffollati, con poca acqua e viveri. Trascorrono in mare giorni e notti nella più assoluta insicurezza, sotto il sole o al freddo, in balia delle condizioni del mare, rischiano spesso il naufragio e a volte vengono salvati poco prima di affondare o addirittura quando si trovano già in acqua. Queste persone si confrontano con un’esperienza traumatica che comporta una minaccia per la propria vita accompagnata da sentimenti di impotenza e di orrore.

Tale situazione può portare nell’immediato l’insorgere di uno stato psicologico che si manifesta o con una sindrome acuta di ansia (agitazione, tremori) o, al contrario con una situazione depressiva caratterizzata da un isolamento totale dall’ambiente circostante (rottura dei legami esterni). Successivamente, parliamo di settimane o mesi, alcuni soggetti possono andare incontro al cosiddetto ” Disturbo Post Traumatico da Stress”, una sindrome che lascia segni molto profondi nella psiche della persona (ricordi ricorrenti dell’evento, sogni che richiamano l’accaduto, vivere come se l’episodio traumatico potesse ripetersi, intenso disagio psicologico, fissazione al trauma). Più in generale i migranti che hanno affrontato viaggi lunghi e difficili, appaiono prostrati, quasi indifferenti a quello che avviene intorno a loro, lontani. Qualcuno piange in disparte.

C’è stato un momento o un caso particolarmente difficile durante la tua missione?

Sì, ma difficile non dal punto di vista professionale, bensì da quello umano.

È stato nel corso di uno sbarco che aveva coinvolto un gruppo di migranti dell’ Africa Occidentale i quali erano stati salvati proprio mentre stavano naufragando. Nel corso del naufragio due dei loro amici erano annegati; quelli del gruppo più vicino stavano sulla banchina riversi a terra, con gli occhi chiusi, apparentemente insensibili a quanto succedeva attorno a loro, come schiacciati dalla tragedia che li aveva colpiti.

La sensazione di quanto poco valesse quello che cercavo di fare e di quanto inutile fosse la mia presenza di fronte all’enormità della loro sofferenza mi ha accompagnato per molti giorni.

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