Lesbo, appello all’Europa: “Mai più vuol dire mai più”

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Lesbo, appello all’Europa: “Mai più vuol dire mai più”
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A un mese dagli incendi che hanno distrutto Moria e nonostante le promesse pubbliche dei commissari UE che non ce ne sarebbe stata un’altra, più di 7.500 persone sono ancora intrappolate in condizioni disumane in un nuovo campo costruito sull’isola di Lesbo. Altre migliaia, tra cui 7.000 bambini, continuano a vivere in altri campi indegni e pericolosi nelle isole dell’Egeo.

È il monito che lanciamo oggi insieme a un’alleanza senza precedenti di oltre 400 organizzazioni, mentre il Consiglio Giustizia e Affari Interni dell’UE discute del nuovo Patto sulla migrazione presentato due settimane fa.

Il nuovo Patto della Commissione Europea non risponde alle richieste dell’oltre mezzo milione di persone che hanno firmato petizioni per chiedere ai leader europei di evacuare le persone intrappolate sulle isole greche ma riafferma l’impegno dei governi e delle istituzioni europee nelle stesse politiche che hanno portato agli incendi.

Il nuovo campo di Lesbo perpetua la miseria di quello di Moria

Uomini, donne e bambini dormono in tende su stuoie, non c’è acqua corrente e il cibo viene distribuito una volta al giorno. Le persone lavano se stesse e i propri figli in mare perché non ci sono docce, i bagni chimici sono pochi.

Il campo, costruito alla svelta su un ex poligono di tiro a ridosso del mare, è esposto ad ogni tipo di condizione atmosferica e con l’avvicinarsi dell’inverno non resisterà alla pioggia e alle tempeste.

Intanto l’epidemia di Covid-19 è ancora in corso ed è impossibile per i residenti del nuovo campo adottare misure di prevenzione come il distanziamento fisico.

Niente fa pensare che il modello di contenimento, causa scatenante di queste emergenze cicliche negli ultimi cinque anni, sia messo in discussione. Il Patto europeo sulla migrazione sembra invece consolidare le stesse politiche che hanno causato anni di sofferenza umana in tutte le isole greche.

Il Patto riflette l’approccio fallimentare dell’UE, amplia le procedure di frontiera obbligatorie ed è apertamente orientato alla deterrenza e al rimpatrio invece che all’accoglienza e alla protezione umanitaria.

Anche le persone che vivono negli altri hotspot a Samos, Chios, Kos e Leros sono intrappolate in condizioni disumane e di sovraffollamento. A Kos, i nuovi arrivati sono stati automaticamente detenuti da gennaio. Nell’hotspot di Samos, 4.314 persone vivono all’interno o intorno a un campo pensato per ospitarne 648. Ci sono più di 90 casi positivi di Covid-19, ma non c’è ancora un adeguato piano di risposta.

Quando è troppo è troppo. Ribadiamo il nostro appello a decongestionare urgentemente le isole greche e portare le persone in sistemazioni sicure e dignitose, intensificando i ricollocamenti in tutta Europa. Esortiamo i leader dell’UE a porre immediatamente fine al contenimento e ad abbandonare le proposte di rafforzamento delle strutture di confine in tutta Europa.

Mai più significa mai più.

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