Maremoto Asia: Le catastrofi naturali non provocano meccanicamente delle epidemie

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Philippe Guérin è epidemiologo. Lavora a Epicentre, il partner di MSF per gli studi epidemiologici. Gli abbiamo chiesto di parlarci delle conseguenze mediche dello tsunami e ci ha spiegato che il rischio di focolai di epidemie non è legato alla catastrofe in sé ma piuttosto ai raggruppamenti di popolazione.

In termini medici, quali sono le conseguenze di una catastrofe naturale come l’onda anomala che ha colpito domenica scorsa l’Asia del Sud ?
Bisogna distinguere tra conseguenze dirette e indirette. L’impatto immediato è naturalmente l’elevato numero di vittime. Ma non solo le vittime, anche i feriti di cui bisogna occuparsi prima possibile. La gente soffre di tagli, fratture, e senza cure, in condizioni così precarie, le piaghe s’infettano facilmente.
Poi, il maremoto ha distrutto case e infrastrutture, in particolare i sistemi di approvvigionamento di acqua potabile (pozzi, canalizzazioni, etc..). La distruzione delle abitazioni obbliga spesso la popolazione a raggrupparsi in condizioni molto precarie. E’ questo il più grosso rischio sanitario : promiscuità forzata, accesso insufficiente all’acqua potabile, alle cure e al cibo. Queste circostanze possono provocare malattie e favorirne il contagio. Dormendo fuori o in ripari di fortuna, si rischia di contrarre infezioni respiratorie, soprattutto i bambini. Infatti, dopo il Mitch, il ciclone che aveva colpito l’America centrale nel 1998, il 70% delle nostre consultazioni riscontravano infezioni respiratorie perché gli sfollati si raffreddavano di notte. C’è anche un rischio di diarree legate al consumo di acqua contaminata.

Si sente parlare di grossi rischi di epidemie. Di quali epidemie si parla, c’è da inquietarsi?
Il catastrofismo circolante farebbe credere che sia lo tsunami a portare un’ondata epidemica. E’ falso. La nostra esperienza in catastrofi naturali mostra che esse non provocano meccanicamente epidemie. Ancora una volta, sono i raggruppamenti di popolazione che propiziano le epidemie.
I media si concentrano sul problema dei cadaveri non ancora interrati o bruciati. Eppure, l’esperienza mostra che sono lontani dall’essere la principale minaccia. Per i sopravvissuti, la priorità in termini di salute pubblica deve essere l’accesso all’acqua potabile e alle cure. Naturalmente i cadaveri devono essere recuperati, ma più per motivi psicologici in questa situazione. In termini sanitari, alcuni cadaveri possono essere vettori di batteri che possono provocare diarree ma senza potenziale epidemico.
Inoltre, per quanto riguarda alcune patologie specifiche (colera, dengue, malaria, ..) occorre che esse siano già presenti nel paese perché possa scatenarsi un’epidemia. Per esempio, per il colera bisogna che il vibrione colerico, batterio responsabile della malattia, sia presente perché di propaghi. Il rischio colera è molto debole in Tailandia, Malesia e alle Maldive, moderato nello Sri Lanka, in Myanmar, in Indonesia e India.

Il rischio è quindi misurato, ma a partire dal momento che il rischio esiste, anche debole, bisogna essere molto vigili. Per identificare al più presto lo scoppio di epidemie, bisogna mettere in piedi rapidamente un sistema di sorveglianza specifica per questa catastrofe. E, in caso di necessità, bisogna essere pronti a reagire rapidamente per curare i malati e tentare di controllare la diffusione. La maggiore difficoltà in questi casi è di attivare il sistema di sorveglianza in zone isolate.

Qual è il ruolo di una organizzazione medica in una simile catastrofe?
Prima di tutto, valutare i bisogni, caso per caso. Le situazioni sono molto differenti da un paese all’altro. Nello Sri Lanka e in Indonesia, i servizi sanitari già molto fragili sono sommersi dall’arrivo di feriti. La Tailandia e la Malesia, meno colpiti e più sviluppati, possono reagire con più efficacia. D’altronde, in ogni paese, ci sono sempre gruppi di popolazione ignorati dagli aiuti, ed è tra loro che noi concentriamo i nostri sforzi.
Noi possiamo essere indotti a intervenire sotto vari aspetti. Possiamo aiutare a occuparsi dei feriti, quando necessario. Ma curare i feriti è l’urgenza dei primi giorni e le Ong arrivano di solito un po’ tardi per questo. L’essenziale della nostra azione consiste dunque nell’assicurare accesso alle cure, alla distribuzione di beni urgenti (plastica per i ripari, coperte, ..) e l’approvvigionamento d’acqua per le popolazioni colpite dal disastro. Ciò dovrebbe permettere a breve termine un miglioramento delle condizioni di vita, e limitare la mortalità in caso di malattie. Infine, noi possiamo senz’altro collaborare allo sforzo di sorveglianza epidemiologica. Con questo obiettivo, una equipe di Epicentre si è recata nell’area colpita per appoggiare le autorità sanitarie locali e i volontari di MSF.

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