Ospitate più di 200 persone nel centro MSF a Gorizia

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Dal 22 dicembre, quando abbiamo inaugurato a Gorizia lo spazio dell’area di San Giuseppe messo a disposizione dalla Caritas – abbiamo ospitato più di 200 persone. Sono richiedenti asilo originari di Pakistan e Afghanistan, che hanno attraversato la Turchia e i Balcani nella speranza di raggiungere l'Europa occidentale.  Nel centro abbiamo installato 25 container abitativi per offrire uno spazio di accoglienza a molte persone che hanno subito eventi traumatici nei paesi d'origine e hanno dovuto affrontare un viaggio estenuante e pericoloso attraverso i confini. Una nostra equipe medica collabora con l’azienda sanitaria locale e la Croce Rossa per rinforzare il servizio medico.  

Alcuni di questi ragazzi sono rimasti a dormire all’aperto per settimane sulla riva del fiume Isonzo, in attesa di ricevere un’accoglienza. Abbiamo deciso di installare queste strutture temporanee per assicurare un riparo immediato a persone che hanno il diritto di ricevere un'accoglienza. 

Negli ultimi mesi il numero degli arrivi di richiedenti asilo è stato costante, ma una risposta istituzionale strutturata e stabile, per offrire un’accoglienza a tutti, non c’è ancora stata. Le istituzioni devono trovare una soluzione permanente e garantire a queste persone un'accoglienza dignitosa, poichè il nostro intervento è temporaneo. MSF rimane pronta a rispondere a un potenziale intervento, se dalla frontiera nord con la Slovenia e l’Austria aumenterà il numero degli arrivi.

Storie dal Pakistan e dall’Afghanistan

Fazal Hayat, 23 anni, Pakistan

“Sono pakistano. Sono partito circa un mese fa da un’area del Pakistan vicina all’Afghanistan, si chiama Landi Kotal Khyber agency. Nel mio paese sono stato spesso testimone di conflitti religiosi e ho perso diversi amici a causa dei conflitti in corso nell’area. Non è un posto sicuro, mi sentivo in pericolo e ho deciso di partire. Oggi sono qui in Italia per la mia libertà”.

Nazir Hussain, 33 anni ,Afghanistan 

“Sono cresciuto a Logar, un’area molto agricola a un centinaio di chilometri da Kabul, ho iniziato a lavorare come panettiere. Molte persone si occupano di agricoltura, altri al commercio, soprattutto agli scambi tra Afghanistan e Pakistan. Circa un anno fa ho lasciato il paese, la situazione stava peggiorando, molte scuole per ragazze erano state chiuse dai talebani ed era molto rischioso a causa delle continue esplosioni. Sono rimasto in Pakistan a casa di alcuni parenti finché non ho deciso di ritornare in Afghanistan e partire per l’Europa. Lo scorso novembre ho lasciato tutto e sono partito. In Afghanistan non c’è pace, non puoi vivere in tranquillità. Sono stato costretto a partire.”

Salim, 27 anni , Afghanistan

“Sono in Italia da qualche settimana, dopo tanti giorni finalmente possiamo dormire al caldo e riposarci, abbiamo fatto un lungo viaggio per arrivare qui. In Afghanistan ho studiato sociologia all’Università. Certo, mi piacerebbe continuare a studiare e imparare l’italiano”

Iqrar Hussain, 20 anni – Pakistan 

“Sono pakistano, vengo dalla provincia di Khyber Pakhtunkhwa. È una zona del Pakistan molto insicura, ogni giorno ci sono rapimenti ed esplosioni. Quando avevo 16 anni ho perso un occhio a causa di un’esplosione dove sono morte più di 67 persone e un centinaio sono rimaste ferite. Lo scorso aprile sono partito, ho attraversato la frontiera con l’Afghanistan e continuato il viaggio verso l’Iran e la Turchia. Ho viaggiato molto a piedi e con piccoli furgoni. Quando siamo arrivati sulla costa turca con alcuni amici abbiamo deciso di continuare il viaggio via mare. Siamo partiti su un gommone eravamo circa 100 persone, c’erano tantissime famiglie con bambini. Il mare era molto agitato e il gommone si è capovolto. Alcune persone sono annegate.

Quando siamo arrivati sull’isola di Lesbos ci hanno trasferito ad Atene e abbiamo continuato il nostro viaggio. Abbiamo continuato il nostro viaggio attraverso i Balcani. In Serbia siamo rimasti due settimane in un campo, poi abbiamo continuato verso la Slovenia, l’Austria e infine l’Italia. Quando sono arrivato qui a dicembre il primo giorno abbiamo dormito vicino al fiume, nella jungla. Faceva molto freddo, non riuscivo a dormire. Non avevamo nulla da mangiare e non avevamo soldi per chiamare la nostra famiglia in Pakistan. Poi il giorno successivo alcuni ragazzi sono venuti al fiume e ci hanno detto che potevamo andare a dormire e mangiare in un campo gestito dalla chiesa. Dopo qualche giorno siamo arrivati qui. Ora ho il mio letto e posso finalmente dormire al caldo. Tra qualche giorno sarò trasferito. Farò domanda d’asilo perché voglio vivere in Italia, per studiare e lavorare”.

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