Repubblica Democratica del Congo terrore in Ituri

  • Repubblica Democratica del Congo

Domenica 9 ottobre 2003, ore 20.00

Sono arrivati al villaggio alle 5 del mattino e hanno incominciato il massacro. Hanno usato per lo più armi bianche, ma non solo. Quando hanno finito, hanno lasciato 55-60 vittime, tutti civili, per lo più donne e bambini. I superstiti terrorizzati sono rimasti nel bush, la foresta, per 5 giorni, con orrende ferite che marcivano e si riempivano di vermi. Alla fine gli elicotteri delle UN sono riusciti a raggiungerli e ad evacuarli. Ci siamo divisi i feriti ed abbiamo incominciato a lavorare, o meglio, ad amputare. Difficile dimenticare il loro sguardo: avrei voluto che urlassero, piangessero. Niente. Completamente assenti, con lo sguardo perso, come se quei monconi penzolanti non fossero loro. E mentre si lavorava in silenzio e Deborah, l’anestesista americana, piangeva e gli elicotteri continuavano a riempirci la testa con il loro fragore, dalla chiesa vicina il coro dei bambini provava i canti per la messa di domenica. Mentre scrivo, mi accorgo di essere patetico e di indugiare sulla “facile presa”, ma non cambio niente. E’ stato proprio così e adesso che è tutto finito, siamo ancora storditi e si parla poco.
Andrà meglio i prossimi giorni… Intanto gioco a calcio con i bambini del campo rifugiati e mi é molto di aiuto.

E mentre vi scrivo, il field coordinator ci ha informato di un nuovo episodio simile, verso sud. Domani si muovono i caschi blu.

Un salutone a tutti

Carlo
(chirurgo di MSF)

Durante lo scorso mese di maggio, la città di Bunia, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), è stata teatro di massacri terribili che hanno causato la fuga della maggior parte della sua popolazione verso il Nord Kivu, a Béni, dove alcune equipe di MSF lavoravano già dal dicembre 2002 al fianco delle vittime degli attacchi contro Mambassa, a Ovest dell’Ituri. Un’equipe di MSF è sempre attiva a Bunia per garantire assistenza medica agli sfollati, fuggiti dai massacri e dalle violenze che hanno messo a ferro e fuoco la città e che hanno trovato rifugio in due campi, un vicino all’aeroporto e l’altro al compound della Monuc (Missione dell’organizzazione delle Nazioni Unite per il Congo).
Davanti alla violenza estrema che la popolazione civile ha subito a Bunia e nei suoi dintorni, violenza testimoniata dai racconti degli sfollati incontrati da MSF a Beni e a Bunia, è lecito porsi diverse domande…

Cosa è successo a Bunia a maggio? Quale spazio per gli operatori di MSF in questa regione, quando le equipe hanno dovuto procedere a diverse evacuazioni e gran parte della popolazione non è raggiungibile dalle azioni di assistenza umanitaria da quasi due anni? E, finalmente, quale posizione adottare nei confronti di una missione delle Nazioni Unite che non era preparata e determinata a proteggere la popolazione, nei confronti di una forza multinazionale il cui mandato è stato limitato sia geograficamente sia temporalmente?

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