Somalia testimoni di una situazione umanitaria disperata.

 

Dal 17 aprile, MSF ha assistito senza sosta i civili che si sono rifugiati ad Afgooye, una città a circa 30 km a ovest di Mogadiscio, e alle persone che vivono lungo la strada tra Afgooye e Mogadiscio. Gustavo Fernandez, responsabile per i progetti di emergenza in questa regione, è appena rientrato da Afgooye e ci descrive la situazione.

Da quando sono iniziati gli scontri i civili stanno fuggendo da Mogadiscio. Tuttavia, nell’ultimo mese c’è stato un aumento importante nel numero di persone che giungevano nelle regioni di Hiraan, Galgadud e Bay e ad Afgooye. Pensiamo che ci siano circa 10mila / 12mila famiglie che sono fuggite a Afgooye da Mogadiscio, con una media di 6 persone per famiglia. Sono in maggioranza donne e bambini, ci sono pochissimi uomini.

Le persone ad Afgooye sono arrivate per tre motivi. Alcuni hanno là una famiglia e hanno cercato rifugio presso di loro. Stimiamo che ogni famiglia nella città di Afgooye stia dando ospitalità ad almeno due o tre famiglie. Altri sono lì perché vogliono restare vicini a Mogadiscio, hanno un’attività economica nella capitale e vogliono cercare di tornare il prima possibile. Infine ci sono quelli che sono semplicemente troppo poveri per andare in qualunque altro luogo. Sono giunti quanto più possibile lontani da Mogadiscio, ma non possono permettersi il trasporto in luoghi più lontani come Galcayo o Belet Wayne. Queste persone hanno meno risorse, meno possibilità di tornare a Mogadiscio e nessuna soluzione immediata.

Ad Afgooye ho visto una situazione umanitaria disperata. Molte delle persone che ho incontrato erano rimaste lungo le strade per oltre un mese senza alcuna assistenza. Avevano paura, erano ansiose e l’atmosfera era molto tesa. Quando ho chiesto loro dove avevano dormito e cosa avevano mangiato, hanno indicato i ripari improvvisati e mi hanno detto: “Lì non c’è niente”. Le persone stanno facendo di tutto per sopravvivere, e le famiglie si aiutano le une con le altre. Ma è evidente che, a meno che la situazioni non cambi, questi meccanismi di sopravvivenza cesseranno presto di funzionare e le persone soffriranno ancora di più.

Finora ad Afgooye l’assistenza sanitaria è stata molto limitata. Quando ero lì ho visto casi di infezione della pelle e di malattie legate all’acqua, come parassitosi cronica e diarrea acquosa. Nelle due strutture sanitarie della zona sono stati segnalati circa 1700 casi di diarrea acquosa, con 33 morti. I medici in queste strutture sanitarie mi hanno detto che non avevano materiale medico, per cui hanno dovuto chiedere ai pazienti di comprarselo. Evidentemente, alcuni potevano permetterselo, ma non la maggior parte di loro. Questi medici ricevono moltissimi pazienti ma non erano in grado di curarli poiché non avevano il materiale per farlo. Ad Afgooye e lungo la strada per Mogadiscio c’è una totale assenza di strutture igieniche, le persone defecano in aree aperte; in queste condizioni il rischio di un’epidemia di qualche malattia grave è estremamente elevato.

MSF ha iniziato ad aiutare gli sfollati ad Afgooye non appena è stato possibile. Abbiamo avviato una risposta d’emergenza due settimane e mezzo fa e abbiamo inviato personale medico esperto per fornire supporto tecnico e implementare standard sanitari. Stiamo rifornendo di medicinali le due strutture sanitarie esistenti. Abbiamo distribuito materiale come teli di plastica in modo che le persone possano costruirsi un qualche tipo di riparo dove vivere e abbiamo avviato un progetto di purificazione e distribuzione dell’acqua. Al momento stiamo fornendo 72mila litri di acqua potabile al giorno. Il 26 aprile, abbiamo inviato 6 tonnellate di materiale, compresi 2mila litri di ringer lattato (un liquido di perfusione) per curare circa 300 persone colpite dal colera, kit per la clorazione dell’acqua, kit d’emergenza per 10mila persone, mille zanzariere e altro materiale logistico. Il 4 maggio abbiamo inviato altre 14 tonnellate di scorte.

Ma il nostro intervento è solamente una goccia nell’oceano rispetto a quanto è necessario. I bisogni sono immensi e l’insicurezza ci ha impedito di rispondere con la velocità e l’efficienza che avremmo desiderato. Lavorare in Somalia è sempre una sfida, è un paese dove gli attori umanitari devono essere molto attenti a mantenere la propria imparzialità e neutralità. Ma oggi, più che mai, i somali hanno bisogno di assistenza.

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