“Senza l’ospedale di Abs non hanno più un posto dove farsi curare”

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Ho lavorato all’ospedale di Abs, in Yemen, da aprile a metà di giugno di quest’anno. Avevo fatto altre missioni prima, in Afghanistan e Burundi, questa è stata la mia prima volta in Yemen.

Sono anestesista e di solito parto con questo profilo, ma ad Abs sono andata come responsabile del pronto soccorso e dei reparti di degenza, supervisionando i medici che vi lavorano. Mi sono trovata a lavorare con personale locale molto preparato e motivato, in grado di risolvere problemi gravi anche con poco.

Il periodo in cui io sono stata ad Abs è stato relativamente tranquillo, senza scontri lì vicino o bombe, erano in corso i negoziati di pace; i nostri pazienti erano i civili. Quello era l’unico ospedale di secondo livello di tutta la zona, con pronto soccorso, sala operatoria, degenza, maternità; rispondevamo a tutti i bisogni sanitari della popolazione. In pronto soccorso ricevevamo circa 1400 pazienti al mese e gestivamo circa 220 parti. I pazienti erano per il 25% bambini sotto i 5 anni e c’era molta neonatologia anche perché quello era l’unico ospedale in un’area vastissima dove si potesse fare un cesareo o gestire un parto con complicanze. Ho visto infezioni respiratorie, malarie complicate, traumi di vario genere.

Adesso tutte quelle persone non hanno più un posto dove andare a farsi curare. Penso a tutti coloro con cui ho lavorato che sono ancora là, a tutte le persone che non potranno più essere curate e ancora non riesco davvero a rendermi conto di quello che è successo.

 

 

Non dimenticherò il ragazzo che è ritornato sulle sue gambe per ringraziare e per le visite ortopediche di controllo: io non l’ho riconosciuto subito, ma ho riconosciuto immediatamente suo padre, che il giorno in cui l’ha portato in ospedale non lo aveva lasciato un momento…ricordo che era arrivato da noi in una giornata in cui il pronto soccorso era caotico e avevamo ricevuto parecchie vittime di incidenti stradali e sul lavoro. Aveva un severo trauma cranico e fratture multiple agli arti, lo abbiamo stabilizzato e poi lo abbiamo trasferito ad Houdaida (a 3 ore di ambulanza) perché era necessaria la TC e quasi sicuramente un intervento neurochirurgico. Ammar, il mio braccio destro, mi corre incontro, mi prende per un braccio e con un gran sorriso mi dice: “Guarda Dottora (come gli piaceva chiamarmi)!!! Non lo riconosci? Parla e cammina!”… anche gli occhi lucidi di Ammar in quel momento non potrò mai dimenticarli… E poi gli occhi lucidi di tutti quei padri che non solo confortavano le madri dei bambini arrivati in ospedale troppo tardi, ma che confortavano anche noi, avendo visto tutti gli sforzi e la perseveranza dello staff che si dedicava con estrema dedizione alla cura di ciascuno.

Lavorando ad Abs ho imparato molto, come in ogni missione. È sempre così, si parte convinti di andare a insegnare qualcosa e si ritorna soprattutto arricchiti, con molto di più di quanto si aveva prima o si è dato .Un po’ mi aiuta pensare che quello che abbiamo imparato insieme potrà essere utile adesso, aiutarli in questa situazione terribile. Soprattutto quello che ho imparato io è che la dedizione e l’amore per il proprio lavoro e per i propri pazienti non hanno bandiere.

In queste ore qualcuno mi ha chiesto se tornerò, se tornerei là. Ci ho pensato, è rischioso e fa paura ma dentro di me so già che la risposta è sì. Loro mi aspettano, me lo hanno già detto.

Manuela, anestesista MSF, tornata a giugno dallo Yemen

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