Giornata mondiale contro la tortura: a lezione di dignità dai nostri pazienti

Bourbon Argos  1139 persone soccorse nel mediterraneo centrale in 10 differenti operazioni

Ben pettinato, camicia stirata, pantaloni grigi, scarpe pulite, mani curate. Aspetta composto in sala d'attesa. È la sua prima visita. Oggi incontrerà un gruppo di persone riunitesi per accoglierlo: mediatore culturale, psicologa, fisioterapista, assistente sociale e medico. Racconterà la sua storia, o almeno quella parte che sentirà di poter condividere. Ci parlerà delle minacce subite e poi delle percosse, delle fratture e del dolore. Si renderà presto conto di essere in un luogo sicuro, circondato da professionisti sensibili e scrupolosi, pronti a stabilire con lui un percorso riabilitativo lungo e spesso difficile, che gli permetterà di riappropriarsi appieno di se stesso.

Sono quasi quarantacinque anni che MSF lavora in contesti instabili, in situazioni di guerra e post-conflitto, in paesi messi in ginocchio da catastrofi naturali o epidemie. Nelle sale d'attesa dei nostri ambulatori e dei nostri ospedali li abbiamo incontrati tante volte. Sono le vittime di tortura, sopravvissuti a trattamenti umilianti e degradanti, vittime dell'abiettezza di altri esseri umani. Esseri umani che infieriscono su altre persone, per distruggerne l'identità, annientarle, ferirle nel corpo e nell'anima, e lasciare segni che impiegheranno anni a rimarginarsi e che difficilmente saranno cancellati. Voi li incontrate tutti i giorni per strada e spesso passate oltre. Secondo alcune stime fino a uno su quattro migranti e rifugiati arrivati in Europa negli ultimi anni sono sopravvissuti a torture o maltrattamenti. Hanno percorso viaggi difficili, molti sono stati detenuti in carceri ufficiali o segregati da bande di malviventi che hanno inflitto loro trattamenti per i più inimmaginabili. Sono stati picchiati, umiliati, altri violentati.

Siamo nel ventunesimo secolo e la tortura è tutt'altro che scomparsa. Viene ancora largamente impiegata in diversi paesi, riconosciuti o meno come regimi repressivi. L'Italia stessa che ha ratificato la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura nel 1988 è in ritardo nell'inserirne nel proprio corpo legislativo il reato. Nella stessa convenzione i paesi firmatari si impegnano a fornire servizi di riabilitazione per i sopravvissuti, e anche in questo l'Italia, e con essa la buona parte dei paesi occidentali, arranca.

Nel 2014 abbiamo aperto un centro per riabilitazione di vittime di tortura ad Atene, e un anno dopo ne abbiamo inaugurato un altro a Roma, in entrambi i casi in collaborazione con organizzazioni locali che per anni con passione si sono dedicate a queste persone.

Nei nostri centri abbiamo delle équipe interdisciplinari composte da medico internista, psicologo, psichiatra, mediatori culturali, assistenti sociali, medico legale e supporto legale. I nostri beneficiari vengono inviati da centri di accoglienza, oppure arrivano grazie al passaparola, o riferiti da altri colleghi che lavorano nell'ambito della migrazione. Sono persone di paesi diversi. Vengono dall'Africa, dall'Asia. Sono stati torturati nei paesi di origine o in quelli di transito. Spesso si presentano con disturbi vaghi come ansia, insonnia o dolori generalizzati. E' solo dopo alcune sedute, quando si è stabilito un legame di fiducia, che iniziano ad aprire la porta e a raccontare più dettagli della loro storia. A volte servono mesi, o come ci raccontano i nostri colleghi di lunga esperienza, anni perché tutti i tasselli della tortura vengano messi insieme. E' la sensibilità dei nostri professionisti che permette di intuire da poche parole, gesti, silenzi e atteggiamenti, l'enorme trauma che si portano dentro.

Penso spesso a quel ragazzo tornando a casa la sera. Penso a lui che non ha una casa, nessuno ad aspettarlo, nessuno spazio privato. Ma più di tutto penso alla lezione di dignità che mi ha dato. Ripenso a come era ben curato, come ogni paziente quando deve andare dal medico, o quando ci si presenta ad un incontro importante. Penso che debba essergli costato fatica viste le condizioni in cui vive. E di nuovo penso all'eccezionale forza e volontà di sopravvivere che mostrava nonostante tutto quello che ha vissuto.

Federica Zamatto,
Vice-coordinatrice delle operazioni per la migrazione di MSF
 
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