Abu Ahmad

Abu Ahmad

Beneficiario MSF

Ho sempre così tante preoccupazioni, il nostro futuro è incerto

  • Conflitto Migrazione
  • Bangladesh

Prima del conflitto, avevamo mucche, capre, terra, tutte queste cose. Provvedevamo da soli ai nostri affari e ci guadagnavamo da vivere. Ma abbiamo subìto molte torture e minacce dal governo in Myanmar. Se qualcuno voleva ricevere un’educazione migliore, doveva lasciare il Paese, perché il governo l’avrebbe arrestato se l’avesse scoperto. I nostri movimenti erano molto limitati; non eravamo autorizzati ad andare oltre i posti di blocco. Potevamo restare solo nella nostra area. Altre persone, come i monaci e membri di altre etnie, erano liberi di andare ovunque.

Poi è iniziato il conflitto. Lotte, accoltellamenti e case bruciate. Non molto prima, mia figlia Rukia era rimasta paralizzata. Dopo aver sofferto per il dolore, ha perso sensibilità al di sotto del bacino. Una notte ho riunito tutti i miei figli per discutere il da farsi. Non ci siamo fatti vedere da nessuno; avrebbero potuto arrestarci o ucciderci a prescindere da quello che facevamo. Il maggiore dei miei figli mi ha detto che quando gli scontri sarebbero iniziati, non saremmo stati in grado di fuggire con Rukia. “Non ci sarà possibilità di salvarle la vita”, mi ha detto. “Tu e mamma dovete portarla in Bangladesh adesso, prima di noi. Vi possiamo raggiungere dopo”. Così mia moglie ed io siamo partiti per il Bangladesh con Rukia.

In fuga dal Myanmar

Dopo aver lasciato la casa, era difficile fuggire dal villaggio alla luce del sole perché c’erano membri del governo armati dappertutto. Abbiamo scalato miglia sulle montagne, reclutando uomini per trasportare Rukia. Siamo finalmente arrivati sul litorale di fronte al Bangladesh a notte fonda.

Mentre aspettavamo di vedere una barca arrivare, c’erano circa altre 20 o 30 persone sulla riva con noi. Il capitano ci ha condotti tutti sani e salvi in Bangladesh. Quando siamo arrivati, la polizia di frontiera bengalese era lì ad attenderci. Ci hanno aiutato molto, accogliendoci e dandoci cibo, acqua e biscotti. La mattina seguente hanno preso un autobus e ci hanno portato al campo di Kutupalong.

Quando siamo scesi dall’autobus, ero ansioso. Non eravamo mai stati in Bangladesh prima. Non sapevo dove portare mia figlia malata e chiedevo aiuto a chiunque. La gente ci ha raccontato della struttura MSF a Kutupalong. Lì, i medici hanno preso Rukia dalle mie mani e l’hanno ammessa come paziente. Ha trascorso almeno sette mesi e mezzo in ospedale. Le hanno fatto i raggi X e trasfusioni di sangue ed è stata visitata dai medici in continuazione. Ci davano da mangiare regolarmente.

Quando ho lasciato Rakhine con mia moglie e Rukia, la situazione non era ancora così grave. È peggiorata molto più di quello che potessimo immaginare. A Kutupalong non avevo notizie dei miei sette figli lasciati indietro. Alcune persone ci avevano detto che la nostra casa era stata incendiata e che i nostri bambini erano scappati.

Non avevamo telefono o nessun altro modo per contattarli; eravamo preoccupatissimi. Dopo un po’, qualcuno ci ha detto che erano arrivati in Bangladesh e che ci stavano cercando. Sono riusciti ad arrivare a Kutupalong e a trovare la clinica di MSF domandando alle persone di Rukia. Quando finalmente ho rivisto i miei figli dopo due mesi, ho iniziato a sentirmi di nuovo calmo. Ero così felice di avere di nuovo i miei bambini, mi sembrava di aver avuto il mio mondo indietro.

Vita in Bangladesh

Il governo ci ha dato legno, bamboo e teli di plastica per costruire una casa qui. Abbiamo ricevuto razioni di olio, riso e dhal (lenticchie). Abbiamo venduto un po’ dell’olio e del dhal che ci hanno dato. Dopo, abbiamo comprato del pesce, verdure e peperoncino. La ragione per cui vendiamo un po’ di quello che ci danno è per guadagnare tra i 100 e i 200 Taka (1 o 2 euro). Anche se non abbiamo soldi, dobbiamo sopravvivere. Con quei 100 o 200 Taka, dobbiamo sopravvivere per un mese. A volte il cibo ce lo mangiamo, altre no. Non abbiamo alcun reddito. Se potessimo lavorare, la vita sarebbe più facile. Non ci viene data l’opportunità di farlo. Non ho possibilità di lavorare e ho perso le mie forze. Non posso lavorare all’aperto e guadagnare per nutrire il mio bambino.

La situazione è molto difficile con Rukia nel campo. Essendo disabile, dobbiamo portarla dal campo all’ospedale e riportarla indietro ogni due o tre giorni. Il percorso da casa alla strada è molto difficile. Il campo ha molte salite e discese, e la devo portare in braccio. Devo mettere la sedia a rotelle che MSF ci ha donato in strada, tornare indietro a prendere Rukia e mettercela sopra. Poi devo spingere la sedia fino all’ospedale. Non sono riuscito a trovare nessuna superficie piana nel campo per costruire la casa. Se avessi soldi, potrei portarla all’ospedale in autobus e evitare questa fatica.
All’ospedale le hanno fatto molte analisi e trattamenti, ma ancora non sappiamo perché Rukia è rimasta paralizzata. Chiedo sempre a Dio di aiutarla a camminare. A volte mi chiede di portarla all’estero. Sono sempre più preoccupato. Ho perso le mie forze, la mia capacità di lavorare. Ho sempre così tante preoccupazioni: preoccupazioni sul futuro. Penso al cibo, ai vestiti, alla pace e alla nostra sofferenza. Se devo restare in questo posto per dieci, cinque, quattro anni o anche solo per un mese, soffrirò ancora molto.
Se Rukia potesse andare in giro, sarebbe più felice. Mi chiede di farla muovere sulla sedia a rotelle, ma il campo è troppo collinoso e non posso. È troppo difficile per me portare la carrozzella attraverso il campo. Portare in giro Rukia mi provoca troppa sofferenza.

Noi siamo di Burma in Myanmar e lì torneremo

Non siamo senza stato, veniamo ancora da Burma. I nostri antenati vengono da lì; i nostri bisnonni sono nati lì. Il paese in cui abbiamo tagliato i nostri cordoni ombelicali è Burma. Torneremo se nel Paese torna la pace, ma torneremo ad alcune condizioni. Torneremo se ci restituiranno la nostra libertà, la nostra casa, la nostra terra, il nostro bestiame e le nostre capre. Le persone di un paese non possono stare in un altro paese. Dio ci ha condotto qui e, se vuole, può portarci indietro verso la nostra casa, nel nostro paese. Siamo pronti a tornare a casa, ma come possiamo farlo se c’è ancora la guerra?

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