Oussama Omrane

Oussama Omrane

Promotori della salute/Antropologi MSF

Un giorno da dimenticare

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L’alba del quinto giorno

Il mio quinto giorno a bordo della Dignity I rimarrà per sempre indelebile nella mia mente. Quel che abbiamo vissuto il 3 ottobre è pazzesco, incredibile, violento e anche inammissibile… Mentre scrivo queste righe non so se gioire, piangere o arrabbiarmi!

Il giorno era iniziato all’alba, svegliati dall’allarme poco prima delle sei, già davanti ad un gommone. L’operazione è andata bene, è stata rapida, 114 persone soccorse, per la maggior parte in buone condizioni e quasi tutte originarie della Costa d’Avorio.

Ma appena i nostri ospiti si sono sistemati, abbiamo ricevuto una richiesta di assistenza da parte di una nave militare irlandese e da quel momento la giornata si è capovolta. Erano quasi le 10 del mattino.

Un soccorso drammatico

In un primo momento mi sono preparato per scendere in mare e avvicinare il barcone, ma abbiamo presto dovuto cambiare idea: più che mediare e spiegare, dovevamo recuperare persone che si trovavano già in acqua.

Faccio il mediatore culturale da più di cinque anni, sono in questo genere di missioni con MSF da esattamente un anno. Di momenti brutti ne ho visti tanti. Ma mai come quel giorno.

L’entità della tragedia si capiva già con i primi arrivati a bordo: le urla strazianti delle donne che camminavano a malapena, bagnate fradice non di acqua ma di gasolio, tanto tanto gasolio! Uomini nudi ustionati nelle parte più intime, ragazzi che si grattavano ovunque. La puzza era talmente forte che non riuscivamo a respirare. Queste povere donne e ragazze erano completamente nude con ustioni su diverse parti del corpo. Il dolore era così enorme che una di loro si graffiava il viso!

Tra gli arrivati c’era anche una donna in evidente stato di shock, i suoi occhi erano immobili e spalancati, fissavano il vuoto, mormorava parole in yoruba muovendo sia la testa che le mani. Guardandola potevi intravedere tutto il dramma e la sofferenza che aveva vissuto durante il viaggio, così come anche i suoi compagni. Abbiamo aperto l’acqua per far sciacquare. Ai “fortunati” scampati alle ustioni davamo una coperta termica.

In questo caos di movimenti confusi, di stress, la gente continuava a salire sulla nostra nave, in uno stato sempre peggiore. L’ospedale era pieno di pazienti. Cercavo di dare conforto a chi riusciva a sentirmi, ma le grida, le urla e i pianti sovrastavano tutto il resto. Ero diventato, mio malgrado, spettatore-attore di un dramma dai confini infiniti.

Una delle donne si è rivolta a me chiedendomi dove erano i suoi figli. Non sembrava tanto preoccupata, forse perché era più svenuta che cosciente e dopo alcuni minuti si è addormentata. Sia io sia gli altri colleghi abbiamo pensato che i suoi figli fossero in ospedale o tra le persone ancora da recuperare.

La linea sottile tra la vita e la morte

Un’altra donna, sdraiata nel nostro ospedale, stava perdendo i sensi. Courtney e Kamma, le nostre infermiere, hanno iniziato a medicarla e mi hanno chiesto di aiutarle a sollevarla perché aveva problemi a respirare e doveva tenere la schiena dritta. In quel momento ho capito che era incinta, forse al sesto o settimo mese. All’arrivo di Pierre, il nostro medico, sono uscito per lasciarli lavorare, ma man mano che i minuti passavano la sua situazione peggiorava… Il nostro team ha fatto l’impossibile per rianimarla ma Dio ha voluto chiamarla a sé con il suo piccolo, o piccola, nel grembo! Non sapevo cosa dire, ho solo pianto e pianto. Pochissimi minuti prima ero lì che l’aiutavo a stare eretta e poi… Avevo già sfiorato la morte in altre missioni con MSF, ma quella di oggi è stata una morte spietata, crudele e molto, molto dura.

Era un giovane donna nigeriana di 23 anni. Deve essere caduta in mare e avere inghiottito acqua mischiata a gasolio. I suoi polmoni hanno smesso di funzionare provocandole un arresto cardiaco. Viaggiava con sua sorella, anche lei in brutte condizioni. Tutta la nostra équipe era sconvolta. Abbiamo fatto le cose più difficili, curato ustioni, assistito mamme, bambini e tutti gli uomini ma alla fine non ce l’abbiamo fatta a salvare una vita, anzi due!

La tragedia di quella giornata non era finita. Poco dopo, ci è giunta notizia che i due bambini di 4 e 5 anni che quella mamma cercava non ce l’avevano fatta e che i loro corpicini non erano stati trovati. La mamma stava dormendo, era così stanca… ma quando si è svegliata e ha appreso la notizia, tutti noi e i nostri ospiti, eravamo immobili e del tutto impotenti davanti ai suoi pianti strazianti. Un momento che non dimenticherò mai… Mai!

Quanta rabbia e frustrazione

Mi chiedo cosa sia peggio: una giovane di 23 anni incinta che muore quando era ormai quasi salva o il risveglio di una mamma che scopre che i suoi figli sono stati inghiottiti dal mare? Al suo pianto mi sono sentito male, frustrato e arrabbiato. Un mix di sentimenti che non riesco a definire. Avevo a mala pena la forza di piangere. Tutti abbiamo pianto avvolti in un silenzio assoluto.

mamma nigeriana avrà un enorme senso di colpa per tutta la vita, penserà di essere la responsabile della morte dei suoi bambini, ha deciso lei per loro, ma ha deciso perché voleva il loro bene, voleva che avessero l’opportunità di vivere una vita dignitosa e libera. Oramai i martiri del Mediterraneo non si contano più e tutto questo accade davanti agli occhi di un’Europa che guarda indifferente dalla poltrona della propria casa.

Ormai eravamo pronti a tutto. Siamo riusciti a evacuare tre persone di cui un bambino, in gravi condizioni, grazie all’intervento della Guardia Costiera. Poco dopo il tramonto, due navi ci hanno trasferito altre persone e, con 417 persone a bordo, ci siamo diretti verso il porto.

Quel lunedì in Italia si celebrava la prima giornata nazionale in ricordo del naufragio di Lampedusa, tre anni fa. Poco è cambiato da allora visto che il 3 ottobre 2016 rimarrà una delle giornate più tragicamente intense della mia vita.

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