Alessandro Piro

Alessandro Piro

Logista MSF

Quattro storie che mi hanno fatto viaggiare per il mondo

  • Sud Sudan
Alessandro Piro

Alessandro Piro

Logista MSF

Quattro storie che mi hanno fatto viaggiare per il mondo

  • Sud Sudan

Non c’è tregua per i sud sudanesi, in questa regione dove un abitante su tre è un rifugiato costretto a vivere lontano da casa.

Per me quella in Sud Sudan è la seconda missione con Medici Senza Frontiere. Mi occupo degli approvvigionamenti per le attività a Juba, la capitale del Paese e supporto i colleghi che lavorano nei progetti.

È un Paese parecchio complicato il Sud Sudan. Oltre a essere lo stato più giovane al mondo, nato dopo l’indipendenza dal Sudan nel 2011, vive da anni un intenso conflitto civile tra gruppi armati, senza un governo unitario.

Tra le missioni di MSF, quella in Sud Sudan è considerata tra le più dure quanto a situazione politica e condizioni di vita.

A Juba l’unica difficoltà oggettiva è il caldo torrido che spesso supera i 40 gradi. Nei progetti attivi nelle zone più remote del Paese, invece, le condizioni sono più difficili. Ad esempio, a Bentiu, uno dei progetti più grandi di MSF in Sud Sudan, gli operatori per adesso dormono in tende. La base è all’interno di un enorme campo rifugiati che ospita più di 114 mila persone, costrette a vivere in tende allestite dalle organizzazioni internazionali, come conseguenza del conflitto.

Viaggiare attraverso le storie

A breve inizierò a muovermi tra i vari progetti, ma per ora mi trovo a Juba per programmare le mie attività e organizzare la gestione degli approvvigionamenti qui nella capitale. In attesa di iniziare il mio tour, sto incontrando decine di colleghi operatori che passano da Juba per le formalità burocratiche.

Ogni giorno ci sono diverse facce nuove nella nostra base e grazie a loro ho avuto la fortuna di viaggiare per il mondo.

L’ho fatto attraverso i loro racconti, ma non tanto per le loro esperienze con MSF, quanto per le loro storie di vita; ho conosciuto molti ragazzi e ragazze provenienti da Paesi dove c’è la guerra, o che hanno vissuto situazioni di disagio perché appartengono a minoranze. In alcuni casi hanno iniziato a lavorare con MSF proprio nei loro Paesi di origine.

Voglio raccontarvi in particolare le storie di 4 persone, per ognuno dei quali ho scelto un nome di fantasia.

Uniti da un piatto di pasta

Il primo si chiama Pjotr e viene dalla Crimea. È alla sua prima esperienza con Medici Senza Frontiere ed è anche la prima volta che va in Africa, oltre che una delle prime esperienze all’estero in assoluto. È una persona curiosa del mondo, ma ha impiegato un po’ di tempo prima di sbloccarsi.

Lo ha fatto una domenica mattina, quando ci siamo ritrovati a cucinare insieme. Pjotr ama la pasta e sa che l’Italia ne è la patria per eccellenza. Questa è stata la scusa per rompere il ghiaccio.

Parliamo del posto da cui viene, la Crimea, che è stata sotto i riflettori mediatici internazionali qualche anno fa, quando si è staccata dall’Ucraina per annettersi alla Russia. Quando mi ha parlato delle sue origini ha fatto fatica a trovare una risposta, dicendo che non sapeva definirsi ucraino o russo, perché di fatto la guerra è ancora in corso ed è una situazione estremamente confusa.

Vivere da minoranza

Un altro operatore conosciuto qui a Juba si chiama Mustafa. È un ragazzo afgano sulla trentina, di etnia Hazara e si occupa di risorse umane. Ha alle spalle anni di lavoro con MSF, iniziati come lavoratore a giornata in impieghi manuali, quando era ancora un ragazzino che tentava di guadagnare qualcosa per pagarsi gli studi.

Adesso è alla sua prima missione all’estero e sta facendo un ottimo lavoro. Vorrebbe continuare a lavorare con MSF in missioni all’estero ma la sua situazione è complicata: in Afghanistan ottenere un visto per entrare in altri Paesi è difficilissimo. Sono solo 30 le nazioni dove un afgano può entrare senza nessuna procedura speciale, per un italiano, ad esempio, sono 196.

Inoltre la sua è una condizione speciale, perchè gli Hazara sono una minoranza etnica all’interno del proprio Paese, dove governa un’altra etnia, i Pastun. In realtà Mustafa ha padre Hazara e madre Pastun, ma questo non sembra rendergli la vita più semplice.

Ashti invece viene dall’Iraq e ha iniziato la sua seconda missione come operatrice umanitaria dopo essere stata in Bangladesh. In realtà definirla irachena è un po’ una forzatura, perché proviene dal nord del Paese che è parte della zona curda.

I curdi sono un’etnia che abita alcuni territori di diversi Paesi, oltre che in Iraq anche in Iran, Turchia e Siria. Hanno da sempre il sogno di essere uno stato indipendente, il Kurdistan. Ashti mi ha raccontato di come sia difficile vivere in uno stato in cui non si riconosce, perché i curdi hanno tradizioni, lingua e abitudini proprie.

Un sogno che oltrepassa le dogane

Infine ho conosciuto Tharaa, che viene da Gaza in Palestina. La sua è una storia di grande caparbietà. Per i palestinesi, e più che mai per chi vive nella striscia di Gaza, lasciare il proprio Paese è un incubo. Farlo attraverso i territori occupati dagli israeliani è impossibile; l’unica alternativa rimane la porta a sud, Rafah, al confine con l’Egitto.

L’attuale governo egiziano ha deciso però di aprire la frontiera sporadicamente e senza alcun preavviso. Il risultato è che c’è gente che aspetta anche mesi che gli uffici doganali vengano aperti. Questa finestra di soli 3 o 4 giorni rimane la sola possibilità di uscire dalla striscia.

Tharaa ci ha provato per 4 anni. Mi ha raccontato che dopo aver ricevuto la chiamata da MSF, ha provato a uscire dal Paese ma rimaneva sempre bloccata al confine e l’opportunità svaniva.

Qualche mese fa ha cambiato strategia: ha saputo da un’amica che di lì a poco si sarebbe aperta la frontiera con l’Egitto, allora ha fatto le valigie e si è messa ad aspettare lì. In effetti la dogana è stata aperta ed è riuscita a raggiungere il Cairo. Dalla capitale egiziana ha contattato MSF e ha finalmente realizzato il suo sogno.

Il problema adesso è pensare al ritorno: finita la missione tornare a casa sarà un’impresa tanto ardua come lo è stata uscirne.

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