Claudia Lodesani

Claudia Lodesani

Presidente MSF

Salvare vite in mare non è un reato ma un obbligo

  • Ricerca e soccorso
  • Italia
Claudia Lodesani

Claudia Lodesani

Presidente MSF

Salvare vite in mare non è un reato ma un obbligo

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…sfortunatamente è necessario che [l’Aquarius] sia esclusa dal nostro registro perché la sua permanenza implicherebbe un problema politico per il governo e per la flotta panamense in direzione dei porti europei.

Con queste parole, lo scorso 23 settembre l’Autorità Marittima Panamense ha comunicato al proprietario di nave Aquarius 2 l’avvio della procedura di cancellazione dal proprio registro navale, confermando quello che è ormai diventato per tutti un segreto di Pulcinella.

Le autorità italiane, con l’evidente obiettivo di cancellare definitivamente la presenza delle navi di soccorso delle ONG dal Mediterraneo centrale, hanno esercitato nei confronti di Panama indebite pressioni politiche ed economiche affinché ritirasse la bandiera e impedisse così la prosecuzione della missione di Aquarius.

Niente di nuovo sotto il sole. Solo l’ennesimo tentativo di ostacolare e criminalizzare il soccorso in mare, all’interno di una campagna fatta di attacchi strumentali, accuse senza fondamento, fake news e vergognose diffamazioni e ora finanche intimidazioni a paesi terzi.

Da più di un anno Medici Senza Frontiere viene accusata di collaborazione con gli scafisti: per un’organizzazione umanitaria come la nostra, si tratta di un insulto vergognoso e inaccettabile che respingiamo con forza al mittente. Al contrario, pensiamo che siano i Governi europei a dover essere giudicati per le loro politiche ciniche e scellerate, che sigillando ogni canale di accesso regolare hanno finito per creare il business degli scafisti, con tutte le conseguenze che ben conosciamo in termini di morti e sofferenza.

Salvare vite non è un reato ma un obbligo. Si tratta di un principio ovvio, su cui si fonda la nostra stessa civiltà: eppure oggi è il caso di ribadirlo a voce alta, poiché sembra che la vita umana non abbia più alcun peso. Le persone che rischiano di annegare vanno salvate punto e basta, portandole a terra, in un porto sicuro, il prima possibile, come previsto dalle norme internazionali sul soccorso in mare.

Il completo smantellamento del sistema di ricerca e soccorso perseguito dalle autorità italiane ed europee ha di fatto eliminato ogni testimone di ciò che accade in mare e sul cimitero Mediterraneo è tornato il silenzio. Cento persone sono morte tra l’1 e il 2 settembre e lo abbiamo saputo solo dai racconti dei sopravvissuti raccolti dai nostri medici in Libia. In quest’ultimo anno, già 1.260 persone sono morte in quel tratto di mare, dove si sono verificati almeno 10 naufragi con più di 50 vittime.

È il momento di fare chiarezza su chi ha la vera responsabilità di tante morti e sofferenze. La propaganda sulla riduzione degli sbarchi, sbandierata come successo dagli ultimi 2 ministri dell’interno del nostro paese, sta avendo conseguenze serie e drammatiche: le partenze dalle coste libiche continuano e il tasso di mortalità delle traversate in mare è addirittura triplicato.

In Libia, paese ripiombato da qualche settimana in un conflitto aperto combattuto strada per strada, i rifugiati e i migranti vengono trattenuti in modo arbitrario in centri di detenzione dove le condizioni sono disumane e l’accesso alle cure mediche quasi inesistente. Rischiano ogni giorno di diventare vittime dei trafficanti, che restano l’unica opzione per continuare il loro viaggio in cerca di sicurezza.

Chi scappa da quest’inferno non può essere riportato in quello che nessuno può ragionevolmente considerare un porto sicuro. Il crescente numero di cittadini libici che sta tentando la fuga via mare dimostra che la Libia non è un paese sicuro. Mentre l’Italia e l’Europa sostengono la Guardia Costiera libica nelle operazioni di intercettazione che hanno già riportato indietro nei centri di detenzione oltre 13.000 persone dall’inizio dell’anno, noi ribadiamo con forza il nostro appello per una loro evacuazione umanitaria urgente verso Paesi terzi sicuri.

Braccio di ferro sulla vita delle persone

La combinazione tra completa chiusura dei confini e boicottaggio del soccorso in mare ha creato una vergognosa crisi umanitaria ai confini dell’Europa. Macron, Orban, Salvini, e gran parte dei leader europei, sono responsabili di questo fallimento.

Mesi di ripetuti braccio di ferro, con persone bloccate per giorni in mare o in porto senza poter sbarcare, non hanno infatti portato a nessun impegno sostanziale e definito da parte dell’Europa. Nel 2017 Medici Senza Frontiere ha effettuato oltre 10 milioni di visite mediche in 72 paesi. È accettabile che un continente come l’Europa non riesca a trovare una soluzione dignitosa per poche migliaia di persone?

Da parte nostra, di fronte a questa vergognosa e cinica campagna di criminalizzazione che investe le organizzazioni, così come i semplici cittadini che autonomamente aiutano i migranti, non arretreremo di un passo. Continueremo a fare quello che ogni giorno facciamo in Afghanistan, Yemen, Repubblica Centrafricana o Sud Sudan: salvare vite.

Una nuova bandiera per Aquarius

Oggi la priorità più urgente è trovare subito una nuova bandiera per continuare la nostra azione di soccorso in mare e per questo lanciamo un appello agli Stati europei e non: qualunque governo abbia davvero a cuore la vita delle persone ci dia una bandiera per poter continuare a salvare vite in mare e tenere accesi i riflettori lungo la rotta migratoria più pericolosa al mondo.

L’Aquarius in questo momento è l’ultimo avamposto della solidarietà nel Mediterraneo. Oggi più che mai sentiamo la responsabilità di continuare la nostra azione. Anche a nome di migliaia di cittadini che rifiutano di abbandonare le persone in mare, che non si lasciano confondere dalla retorica dell’odio e dell’intolleranza, ma difendono ostinatamente i valori della solidarietà e dell’aiuto.

Auspichiamo che siano una voce sempre più forte e numerosa. Tutti insieme, con orgoglio, torneremo in mare per salvare vite umane.

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