Edoardo Gimigliano, Coordinatore Dipartimento Progetti Speciali, Istituto Internazionale di Diritto Umanitario, Sanremo
Il 15 dicembre 2025 Roma ha ospitato, sotto l’egida del Senato della Repubblica Italiana, il seminario di studi internazionale “Diritto Internazionale Umanitario e azione medico-umanitaria indipendente in aree di conflitto armato. Agibilità e dilemmi nel colmare il divario tra le prospettive militari ed umanitarie”. L’iniziativa, organizzata dall’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario e Medici Senza Frontiere (MSF), ha riunito giuristi, militari, operatori umanitari e decisori politici per affrontare una delle crisi più gravi dei conflitti contemporanei: l’erosione sistematica della protezione dell’assistenza medica e dell’azione umanitaria.
Il punto di partenza del dibattito è stato chiaro: nei conflitti armati odierni le violazioni del diritto internazionale umanitario (DIU) non sono più eccezioni, ma elementi ricorrenti. La popolazione civile è sempre più spesso colpita direttamente dalle ostilità o strumentalizzata per finalità strategiche, in aperta violazione dei principi di distinzione, necessità militare, proporzionalità e precauzione. In questo contesto, l’azione umanitaria – e in particolare l’assistenza sanitaria – risulta gravemente compromessa: personale medico, strutture sanitarie, ambulanze e forniture sono sempre più spesso bersaglio di attacchi, mentre l’accesso alle vittime viene ostacolato o negato.
Il workshop ha ribadito un messaggio fondamentale: il problema non risiede nella mancanza o nell’inadeguatezza delle norme giuridiche. Il quadro normativo internazionale che tutela feriti, malati, personale sanitario e strutture mediche è solido e ben definito. La crisi attuale nasce piuttosto dal divario crescente tra la legge e la pratica, alimentato da inosservanza sistematica, interpretazioni restrittive e applicazioni strumentali del DIU da parte dei combattenti.
Un tema centrale della discussione ha riguardato l’uso improprio delle strutture mediche. Il DIU prevede una protezione specifica per ospedali e servizi sanitari, che non viene automaticamente meno in caso di abuso da parte dei belligeranti. Anche laddove una struttura sanitaria sia utilizzata per scopi militari, la perdita della protezione è subordinata a condizioni rigorose: identificazione chiara dell’abuso, emissione di un preavviso e concessione di tempo sufficiente per porre fine all’uso illecito. In ogni caso, qualsiasi attacco resta soggetto ai principi di proporzionalità e precauzione. Nella pratica contemporanea, tuttavia, questa logica viene spesso ignorata: le strutture sanitarie sono rapidamente riclassificate come obiettivi militari e colpite spesso senza verifiche adeguate o reali misure precauzionali.
Accanto alla prospettiva giuridica, il workshop ha dato spazio anche al punto di vista militare, sottolineando come le operazioni siano guidate da logiche e obiettivi spesso divergenti rispetto a quelli umanitari. Nella pianificazione militare assumono infatti un ruolo centrale lo scopo della missione, la preparazione, il processo decisionale, il dispiegamento delle forze e la tutela del personale delle unità impegnate. Ciononostante, la crescente enfasi sull’efficacia operativa, inclusa ad esempio l’adozione delle cosiddette “strategie antiterrorismo”, ha prodotto effetti preoccupanti sull’assistenza medica: la criminalizzazione delle cure prestate ai membri dei gruppi armati avversari ne limita l’accesso, scoraggia la presenza umanitaria e mina i principi di imparzialità e neutralità. Queste pratiche contrastano apertamente con il DIU, che impone il trattamento non discriminatorio dei feriti e protegge il personale medico da sanzioni per l’assistenza prestata, anche nei conflitti armati non internazionali.
Il dibattito ha inoltre evidenziato come la guerra moderna stia mettendo a dura prova gli strumenti tradizionali di protezione. Emblemi come la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa, concepiti quale garanzia di neutralità e di sicurezza, sono oggi sempre più percepiti come fattori di rischio. In alcuni contesti, la marcatura visibile di ospedali e veicoli umanitari li rende più facilmente individuabili come obiettivi, spingendo alcune organizzazioni a rimuovere i segni distintivi: una distorsione profonda delle norme umanitarie, che rivela il fallimento della loro applicazione.
A ciò si aggiungono le sfide tecnologiche. Le pratiche di targeting basate su intelligence digitale, metadati, intelligenza artificiale e analisi algoritmica aumentano i rischi per le strutture mediche, soprattutto in contesti caotici di emergenza. Il ricorso al concetto di “dual use” emerge spesso come una scorciatoia per giustificare attacchi o azioni aggressive. In questo scenario, la condivisione delle informazioni e la trasparenza assumono un ruolo cruciale per rafforzare gli obblighi di precauzione previsti dal DIU.
Un altro elemento emerso è stato quindi il ruolo del linguaggio. Termini come “danni collaterali”, “guerra legittima” o “terrorismo” vengono frequentemente utilizzati per normalizzare l’impatto sulla popolazione civile e ridefinire come inevitabili o necessari atti che causano gravi sofferenze. La manipolazione dell’informazione e la semplificazione di dinamiche complesse contribuiscono poi a erodere ulteriormente la protezione dei non combattenti. A riguardo, il workshop ha ribadito che la precisione del linguaggio non è una questione formale, ma una componente essenziale della protezione umanitaria.
Sul piano della responsabilità, è stato ricordato che sono gli Stati a detenere il ruolo primario nella prevenzione e nella repressione delle violazioni del DIU. Le indagini interne alle forze armate, spesso caratterizzate da scarsa indipendenza e trasparenza, difficilmente producono un effetto deterrente. Per essere efficaci, i meccanismi di responsabilità devono essere indipendenti dalla catena di comando, aperti al controllo pubblico e accompagnati da una formazione adeguata delle forze armate, capace di tradurre le norme del DIU in comportamenti concreti sul campo.
Infine, il workshop ha evidenziato come l’azione umanitaria stia attraversando una fase critica, segnata da tagli ai finanziamenti, restrizioni all’accesso e crescente criminalizzazione degli aiuti. In risposta, le organizzazioni umanitarie sono costrette a fare scelte difficili, investendo maggiormente nella protezione del personale, nell’adattamento tecnologico e nella difesa dello spazio umanitario.
La conclusione del workshop è stata netta: la protezione dell’assistenza medica nei conflitti armati non richiede nuove regole, ma un rinnovato impegno di tutti gli attori coinvolti nel rispettare, applicare correttamente e difendere quelle esistenti. Solo attraverso una riaffermazione degli obblighi giuridici, il rispetto della neutralità e una reale volontà politica di rimettere i civili al centro delle considerazioni di sicurezza sarà possibile invertire una tendenza che oggi minaccia uno dei pilastri fondamentali dell’umanità in guerra.
Alla luce del valore del confronto e dell’elevato livello operativo delle riflessioni emerse nel corso del seminario di studi, gli elementi analizzati nel presente contributo sono attualmente oggetto di ulteriore approfondimento da parte degli organizzatori. Al termine del seminario, questi hanno infatti confermato l’impegno a valorizzarne i risultati in chiave di advocacy istituzionale. Le conclusioni introdotte saranno dunque sistematizzate e rielaborate al fine di costituire una base analitica solida per un rinnovato e più incisivo coinvolgimento dei decisori politici e militari, orientato al rafforzamento della tutela del personale sanitario, della protezione dell’azione medica nei contesti di conflitto armato, e del rispetto delle norme e dei principi del DIU.