Alberto Jodra

Alberto Jodra

Specialista tematiche umanitarie MSF

Ridefinire l’intervento umanitario nei conflitti alla base di qualsiasi riforma del sistema degli aiuti

Alberto Jodra

Alberto Jodra

Specialista tematiche umanitarie MSF
Ridefinire l’intervento umanitario nei conflitti alla base di qualsiasi riforma del sistema degli aiuti

Alberto Jodra, Responsabile Centro di riflessione sugli studi umanitari, Medici Senza Frontiere – Barcellona-Atene
(in dialogo con Giuseppe De Mola, Medici Senza Frontiere Italia)

Per iniziare, una domanda di carattere generale. Come valuti i mutamenti in corso degli scenari geopolitici globali, col numero crescente di conflitti e il loro impatto in termini di bisogni umanitari?

Il sistema di governance internazionale teso a preservare la convivenza e la solidarietà globali costruito negli ultimi decenni si sta rapidamente sgretolando, col rischio che si inneschi una valanga guidata solo da interessi opportunistici e mercantilistici, senza che si tenga assolutamente conto del destino dei più vulnerabili.
La debolezza delle istituzioni internazionali è evidente nella loro incapacità sia di impedire il ricorso alla violenza come strumento di risoluzione dei conflitti, sia di individuare e attuare soluzioni durature alle crisi.
La conseguenza immediata è una perdita di protezione per i civili e per gli operatori umanitari nelle situazioni di conflitto. La trasformazione di aree densamente popolate in campi di battaglia, la recrudescenza di bombardamenti aerei pesanti su aree urbane, il crescente utilizzo di armi automatiche, le politiche antiterrorismo, stanno smantellando il quadro di riferimento per la protezione internazionale e l’azione umanitaria basate su norme e principi universalmente riconosciuti, creando rischi sempre maggiori rispetto all’accesso e l’assistenza a vittime e sopravvissuti. Gli attacchi contro i civili e le strutture sanitarie sono sempre più numerosi in un’epoca che esalta la precisione delle armi e in cui la consapevolezza delle parti belligeranti su ciò che è lecito e ciò che non è lecito fare, non ha precedenti.
Questi paradossi hanno favorito la normalizzazione delle violazioni e la loro conseguente impunità.

Nel marzo 2025 le Nazioni Unite, nell’ambito dell’iniziativa UN80, hanno lanciato il cosiddetto “Reset Umanitario”, l’ennesima riforma del sistema internazionale degli aiuti: qual è il tuo pensiero a proposito?

Il processo è stato determinato principalmente dai tagli decisi dal governo statunitense appena un mese prima e, pertanto, non sembra essere il risultato di un’approfondita riflessione e di un dialogo all’interno della comunità umanitaria: si tratta di una decisione politica presa dalle Nazioni Unite a livello organizzativo.
Il Reset Umanitario affonda le sue radici in una lunga storia di progetti di riforma. Tuttavia, mentre i precedenti riorientamenti hanno avuto luogo in periodi in cui sia i fondi che le capacità operative erano in espansione, quest’ultimo rappresenta una risposta a uno scenario in cui, a un aumento esponenziale dei bisogni, corrisponde una drastica riduzione dei fondi disponibili per affrontarli.
Né possiamo ignorare che questa crisi relativa ai finanziamenti sia accompagnata e alimentata da una più generale crisi di valori. La polarizzazione sociale e il populismo stanno guidando un’offensiva contro valori quali la solidarietà, l’equità, la compassione e l’umanità. Questi valori universali sono messi in discussione, screditati e ridicolizzati a causa di politiche e interessi che danno priorità alla forza, alla crudeltà e all’umiliazione dei più deboli.
Quando parliamo di riforma del settore, dobbiamo guardare oltre il denaro, le procedure, i modelli organizzativi, gli acronimi. Si tratta di riportare le persone al centro, rispondere ai loro bisogni e ristabilire i valori e i principi su cui si fonda tutta l’azione umanitaria. In tutta onestà, non credo che il processo promosso dalle Nazioni Unite sia tutto questo.

Uno degli obiettivi del Reset Umanitario è di stabilire dei criteri di priorità su chi assistere e chi non assistere, concentrando la risposta umanitaria sulle popolazioni con i bisogni più urgenti. Alla luce del contesto da te descritto, in cui ai crescenti bisogni corrisponde una diminuzione delle risorse disponibili, anche organizzazioni come MSF dovranno darsi delle priorità – o ridefinirle. Con quali criteri?

Dieci anni fa, MSF ha lanciato il progetto “Emergency Gap” in risposta alle diffuse preoccupazioni relative al calo della presenza degli attori umanitari e alla loro ridotta capacità di risposta nelle zone di conflitto. A distanza di un decennio, crisi come quelle di Gaza, del Sudan e dello Yemen – così come quelle più trascurate nel Sahel, nella Repubblica Democratica del Congo e in Myanmar – dimostrano che tali criticità persistono e si sono aggravate.
Affinché una riorganizzazione dell’azione umanitaria raggiunga l’obiettivo di garantire “la migliore risposta possibile per le persone con i bisogni più urgenti” – date le limitate risorse disponibili – dobbiamo ridefinire il nostro modo di operare nelle aree di conflitto, dove gli interventi umanitari sono evidentemente necessari per salvare vite umane e dove la risposta umanitaria è attualmente più debole.
Operare in tali contesti sta diventando sempre più costoso, complesso e pericoloso per un settore umanitario già sotto pressione, sempre più restio ad assumersi rischi e, per di più, soggetto a campagne diffamatorie e persecuzioni legali da parte di chi cerca di smantellare l’attuale sistema degli aiuti. Di conseguenza, in molti contesti nel mondo, le organizzazioni umanitarie non riescono a raggiungere le popolazioni più vulnerabili, specialmente quelle vicine alle linee del fronte o in altre aree poco accessibili.
È questa la realtà da porre al centro dell’agenda di riforma del settore umanitario e di qualsiasi processo di definizione delle priorità umanitarie. Ciò richiede cambiamenti concettuali e organizzativi strutturali, non semplici ritocchi di facciata. E richiede investimenti nella capacità operativa, ad esempio nella gestione della sicurezza e nella logistica.
Il Reset Umanitario lanciato dalle Nazioni Unite sfiora appena la questione centrale: l’allargamento e la salvaguardia dello spazio umanitario nei contesti di conflitto, in particolare l’accettazione della presenza e del ruolo degli operatori umanitari da parte delle parti belligeranti e la capacità di garantire un accesso umanitario incondizionato. Si possono avere le risorse, le procedure e i modelli organizzativi migliori, ma se non si è accettati dalle parti in conflitto e dalle comunità colpite, il nostro impatto sarà nullo o assai limitato.

Se il diritto internazionale e i principi umanitari fondamentali non vengono rispettati, è realistico sperare che la capacità di intervenire nelle aree di conflitto possa migliorare?

Siamo consapevoli che dovremo affrontare scelte difficili su se e come rispondere a bisogni impellenti, poiché probabilmente ci troveremo a essere gli unici – o tra i pochissimi – attori umanitari a intervenire in molte crisi. Ciò richiederà una rivalutazione delle priorità di determinati interventi e sperimentare nuove soluzioni. Dobbiamo dotarci degli strumenti necessari per riallocare le risorse al fine di rispondere a bisogni sempre più urgenti, diventando più agili ed efficaci.
Gli operatori umanitari devono adottare un nuovo approccio per rafforzare la propria presenza sul campo, ottenere l’accettazione delle parti belligeranti e mantenere l’accesso in contesti ostili e controversi. Il crescente discredito di cui è oggetto il diritto internazionale – dovuto al suo uso improprio da parte di chi sarebbe tenuto a rispettarlo e a farlo rispettare – rende evidente che la nostra legittimità non può più essere affidata a presunti obblighi validi universalmente.
Nel Sahel e in altri contesti, non possiamo convincere alcun attore locale dell’obbligo di agevolare e proteggere le missioni umanitarie semplicemente perché lo dice la comunità internazionale: tali attori non esiterebbero a sottolineare le contraddizioni e i due pesi e due misure della stessa comunità internazionale rispetto a quel presunto obbligo, e invocherebbero i diritti della sovranità nazionale.
Fino a quando non saranno ripristinati la fiducia e il rispetto per il quadro giuridico internazionale, dobbiamo perseguire altre strategie per continuare ad assistere le vittime. Il nostro approccio deve incentrarsi sulla negoziazione bilaterale con le autorità di fatto (chiunque esse siano) e con le comunità e le società da esse governate. Questo sforzo bilaterale deve servire a dimostrare e a convincere le parti in conflitto dei benefici derivanti dall’agevolare e proteggere un’azione umanitaria imparziale e indipendente, al di là di quanto stabilito dai testi giuridici. Dobbiamo affermare e promuovere la qualità e l’efficacia delle nostre azioni in cambio dell’accesso. In un contesto umanitario non regolamentato, essere accettati – ed essere in grado di dimostrare i risultati positivi di tale accettazione – è fondamentale per la sicurezza degli attori umanitari e per l’accesso della popolazione ai servizi che offriamo.

Un altro obiettivo del Reset Umanitario è di mettere al centro degli interventi gli attori locali, trasferendo loro sempre maggiori responsabilità e risorse da gestire: qual è la tua posizione?

Quello della localizzazione è un tema ricorrente quando si discute di riforme del sistema umanitario ed era già stato fortemente evidenziato in occasione del World Humanitarian Summit del 2016 a Istanbul. A parole, nessuno può opporsi a un appello a favore di un’azione umanitaria localizzata – intesa come rafforzamento delle capacità locali che consenta di gestire autonomamente la risposta umanitaria, rendendo, in un certo modo, superflua la presenza degli attori internazionali.
È importante dire come questa visione sia in linea con il punto di vista di chi sostiene che l’obiettivo dell’azione umanitaria debba essere anche quello di garantire la sostenibilità dell’intervento, gettando le basi per uno sviluppo a lungo termine. Ciò, però, è in evidente contraddizione con la concezione dell’azione umanitaria come risposta immediata a situazioni di emergenza, senza che ci si ponga altri obiettivi se non quello di salvare vite umane e alleviare le sofferenze nel più breve tempo possibile.
Quando si discute di aiuti umanitari in contesti di conflitto, l’approccio della localizzazione trascura le criticità specifiche che gli attori locali devono affrontare nell’attenersi ai principi umanitari fondamentali mentre nel proprio Paese è in corso un conflitto armato: i potenziali legami o affiliazioni di tali attori con istituzioni, gruppi e comunità direttamente coinvolti nel conflitto; decisioni, deliberate o imposte, di dare priorità negli interventi a una particolare area geografica o a un gruppo specifico di popolazione. La realtà è che cercare di valutare i bisogni e fornire assistenza in modo imparziale potrebbe semplicemente non essere fattibile per chi è immerso nelle dinamiche locali e ne è parte integrante.
Molti governi, in particolare quelli degli Stati coinvolti in conflitti interni, attribuiscono la massima priorità all’affermazione della propria sovranità nazionale, il che si traduce in politiche rigorose volte a detenere il controllo totale sulla gestione degli aiuti. Ciò crea, in genere, un quadro giuridico e istituzionale restrittivo per le organizzazioni non governative e della società civile locale, il che, in ultima analisi, determina un impatto negativo sul tipo e sulla qualità dell’assistenza offerta.
Tutto ciò non significa opporsi alla localizzazione, come se questa non potesse fornire di per sé soluzioni e modalità per migliorare i risultati dell’intervento umanitario. L’obiettivo ideale sarebbe perseguire una complementarità tra gli attori e gli approcci operativi, tra l’assistenza gestita localmente e quella fornita a livello internazionale. L’azione umanitaria imparziale, indipendente e neutrale deve rimanere fondamentale nei contesti di conflitto ed è più complicato che possa essere assicurata da soggetti locali: questi ultimi, però, risultano centrali per rafforzare le istituzioni e le comunità locali in contesti più stabili, attraverso una pianificazione a lungo termine e la ricerca di soluzioni durature.

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